Tutti lo sanno

tutti lo sanno

Il film di Asghar Farhadi nelle sale è un thriller per immagini.

A restare in testa durante e dopo la visione sono i colori forti e vivi del paesaggio del Rioja spagnolo, del paese dove “tutti lo sanno”, della vigna.

E’ la luce che batte all’interno del campanile nel retro dell’orologio del paese che viene ripreso all’inizio del film: luogo di fughe amorose adolescenziali.

E’ la luce che durante la festa di matrimonio si interrompe, permettendo a ignoti sequestratori di prendersi Irene, la giovane figlia di Laura, con l’aiuto del buio.

La trama è simile a quella di molti gialli legati a un evento traumatico, in questo caso un “rapimento”. Lo spettatore è guidato dalla sceneggiatura a sospettare alternativamente di uno o l’altro dei personaggi. Ma il mistero intorno alla scomparsa di Irene è di fatto principalmente un modo per far riaffiorare i rancori mai sopiti e gli affetti mai veramente chiariti, tipici di molte famiglie.

Il film, come molte analisi e recensioni hanno evidenziato, non è completamente riuscito. Pur essendo godibile, principalmente grazie alla bellezza delle immagini, le conversazioni appaiono a tratti troppo banali e il fatto che il protagonista maschile si chiami Paco non aiuta per chi ha memoria di uno sketch famoso qualche anno fa.

Per la prima mezz’ora non succede molto. Si prepara il matrimonio e tutte le scene servono a presentare allo spettatore i personaggi, membri di una famiglia spagnola, con 3 sorelle al centro, ognuna con un destino familiare diverso. Forse ci sono troppi personaggi “inutili”, forse si accennano troppi  possibili sviluppi di trama e di fatto quasi nessuno si conclude.

Resta il fatto che per oltre 2 ore si resta con gli occhi ben aperti seguendo la disperazione di Penelope Cruz, il vitalismo di Javier Bardem, l’umiltà di Ricardo Darín, la freschezza di Carla Campra, i volti e i gesti di tutti gli altri attori, forse più significativi delle parole.

 

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