C’era una volta a… Hollywood

Non date retta a chi dice o scrive che Tarantino non è più ai livelli precedenti e che questo film non merita. E’ invece un film da vedere assolutamente, preferibilmente al cinema su grande schermo, godibilissimo, pieno di cose belle, tarantinerie, attori bravissimi, con una storia avvolgente.

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Cafarnao

Ambientato a Beirut, il film diretto da Nadine Labaki, è un pugno nello stomaco di due ore.

A partire da un’aula di tribunale nella quale si giudicano due genitori denunciati dal figlio (forse) dodicenne per averlo messo al mondo, si ripercorrono in un flashback continuo le storie di Zain, il bambino cresciuto in una famiglia disgraziata nei sobborghi di Beirut, fuggito quando la sorella è data in sposa undicenne al piccolo boss del quartiere.

Cafarnao

L’incontro fondamentale sarà quello con Rahil e il figlio di 1 anno. Lui scappato di casa, lei clandestina con un bimbo ancora più invisibile di lei.

Il processo non si chiude, il film cerca di consolare senza riuscirci.

Caotico come recita il sottotitolo italiano, Cafarnao – Caos e miracoli ha un impatto forte sullo spettatore. Consigliato.

 

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La macchina del vento

E’ il nuovo romanzo di Wu Ming 1. Sono più di 300 pagine, che scorrono velocemente, anche perdendo la cognizione del tempo.

Il tempo è centrale nel libro, che è ambientato a Ventotene, fra il 1939 e il 1943, quando parte dell’isola era occupata dai confinati: antifascisti e “manciuriani”, ovvero criminali comuni.

I tanti prigionieri politici, divisi in tribù (i comunisti, gli anarchici, i “giellisti”, i socialisti e gli altri), sentono il tempo scorrere diversamente rispetto al mondo, che nel frattempo è sconvolto dalla Seconda guerra mondiale. Pensano, parlottano per quanto possibile, scrivono segretamente. Si preparano a quando saranno nuovamente liberi. Cospirano.

L’io narrante è Erminio Squarzanti, giovane socialista ferrarese, che ha in testa la sua tesi di laurea mai scritta e che vede gli dei greci influire sugli eventi bellici.

Il suo principale confidente è Giacomo Pontecorboli. Viene da Roma, ha studiato fisica e sostiene di avere costruito una macchina del tempo.

Tra mitologia e fantascienza, si racconta la storia del confino politico e si sviluppano pensieri oggi attualissimi, sull’Europa (e i limiti del famoso “Manifesto di Ventotene”), il ruolo degli intellettuali, il fascismo, la repressione del dissenso.

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Un secolo e poco più

Un secolo e poco più

Il libro ha 3 capitoli.

Il primo si intitola “Silvio” e racconta la storia del padre dell’autore. Avvocato che dall’inizio del 1900 si dedica a difendere i contadini e i poveracci della sua città calabrese, Castrovillari. Finirà per qualche mese, nel 1944, a fare il “sindaco” ribelle, come un Mimmo Lucano di oggi, deciso a proteggere gli abitanti più bisognosi dagli accaparratori e dai possidenti.

Il secondo si intitola “io” e narra le due vite di Luigi Saraceni, l’autore. Magistrato a Roma per 30 anni, impegnato fin dall’inizio nella corrente riformatrice di Magistratura Democratica, garantista in pretura e poi in tribunale. Poi politico nella seconda repubblica, eletto con il PDS/DS ai tempi dell’opposizione a Berlusconi e poi dei governi di centrosinistra. Saraceni è stato protagonista della battaglia – brevissima e solitaria – contro l’eleggibilità di Berlusconi nel 1994. E nel 1999, avvocato di Ocalan insieme a Pisapia, impegnato a cercare di far ottenere l’asilo al leader curdo poi finito in una prigione su un’isola turca, dove tuttora risiede.

Il terzo capitolo, molto più breve, si intitola “Federica” e parla, in modo chiaramente reticente e difficoltoso, della figlia di Luigi, arrestata e condannata per le azioni delle nuove “Brigate Rosse” degli anni 2000.

Il libro è scritto benissimo e si legge con curiosità crescente. Le domande e le risposte che l’autore si fa girano intorno al senso e alla concretezza della giustizia. Una vita, tre vite, una famiglia italiana nella storia del ‘900, e qualcosa in più.

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Border

Il sottotitolo italiano è “creature di confine”. Il confine è quello presidiato, tra gli altri, dalla poliziotta di frontiera Tina, che ha un fiuto incredibile per i viaggiatori sospetti.

Il film si inserisce in una lunga tradizione cinematografica del “diverso” (cito a casaccio Elephant ManLa bella e la bestiaLa forma dell’acqua…) con una venatura fantasy-gotica.

troll
border

Questa volta il punto di vista è rigorosamente quello della protagonista, Tina, emarginata o considerata “speciale” fin da bambina, che solo da adulta capisce chi è. E contemporaneamente scopre che la sua personalità non si esaurisce nell’identità, ma che deve e può decidere come collocarsi, cosa pensare e come agire, anche andando oltre i richiami “di specie”.

Il film rompe le categorie binarie, come quella tra “buoni” e “cattivi”, ma anche quella tra “maschi” e “femmine” (capovolgendola).

Una storia a tratti fastidiosa e per certi versi già raccontata, che inserisce elementi nuovi e originali, che lasciano fiutare allo spettatore pensieri e sensazioni sulle quali meditare.

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Max Fox o le relazioni pericolose

max foxSergio Luzzatto, storico serio e unanimemente apprezzato, ha scelto di dedicarsi, per un paio d’anni, alla scrittura di un libro che non è un testo “di storia”.

Max Fox o le relazioni pericolose racconta la vita di Massimo Marino De Caro, ispirandosi dichiaratamente ad alcuni saggi “giornalistici” come L’avversarioLimonovIl Regno di Emmanuel Carrère, o L’impostore di Javier Cercas.

La trama è quindi la vita stessa di un personaggio border line: falsario e bibliofilo, che arriva nel 2011 ad essere nominato direttore di una delle più importanti biblioteche d’Italia, quella dei “Girolamini” a Napoli, e in pochi mesi la saccheggia portando via, per collezionare, regalare e rivendere, migliaia di preziosi volumi antichi.

Il libro, che ho trovato decisamente ben scritto e interessante dall’inizio alla fine, è costellato di dubbi dell’autore sul metodo che sta applicando per scriverlo, così diverso dal “metodo storico” che è solito applicare. Le domande che si pone Luzzatto sono sulla possibilità stessa di fare “storia del presente”, di potere effettivamente verificare fino in fondo quanto di vero e di falso ci sia nella narrazione, che deriva sostanzialmente, soprattutto per il periodo precedente all’arresto di Massimo De Caro, nel 2012, dalle chiacchierate, quasi tutte su Skype, dell’autore del libro con il reo confesso.

Tomaso Montanari, storico dell’arte e “protagonista” della vicenda (è stato lui nel 2012 a denunciare con un pezzo sul Fatto Quotidiano lo scandalo, innescando l’inchiesta della magistratura), più volte citato nel libro, ha scritto un articolo profondamente critico sull’opera di Luzzatto, addirittura ritenendo una scelta sbagliata dell’editore, Einaudi, quella di pubblicarla. L’articolo di Montanari è finito anche in un intervento al Senato.

Il giorno dopo gli ha risposto sul Foglio Giuliano Ferrara, contrapponendo la curiositas del “mite giacobino” Luzzatto al fanatismo del “giacobino furioso” Montanari.

Leggendo “Max Fox” dopo questa diatriba intellettuale, la mia impressione è che Montanari non abbia tutti i torti. Luzzatto non si sforza abbastanza, deliberatamente, di avere fonti alternative sulla storia che racconta. Prima del 2012, la biografia di De Caro è quasi completamente lasciata alla voce dello stesso protagonista, pur intervallata dai dubbi dello scrittore. Dopo l’arresto, le fonti di verifica usate sono solamente gli atti giudiziari e gli articoli di giornale sulle inchieste, in parte in corso, sulle malefatte di “Max Fox”. Non ho letto Cercas, ma Carrère sì, e mi pare proprio che – oltre al problematico epistolario dello scrittore con il pluriomicida Jean-Claude Romand – L’avversario si basi anche  sulla presenza di Carrère nelle aule processuali e su altre testimonianze dirette di amici dell’assassino. Perché Luzzatto non ha parlato con la moglie di Massimo De Caro? O con i veri “eroi” della vicenda della biblioteca napoletana (così li definisce Montanari), ovvero gli impiegati che hanno contribuito a fermare il saccheggio della biblioteca, dove effettivamente sembra che Luzzatto non abbia mai messo piede?

Non mi è piaciuta del libro nemmeno la chiave interpretativa “generazionale”, che prende spunto dal libro di qualche anno fa, Generazione Bim Bum Bam, e che trovo sostanzialmente fuori luogo. Anche se va riconosciuto a Luzzatto che non pare convinto del tutto di questa linea di lettura della vita di Massimo De Caro, classe 1973. Come Montanari. Come me.

Detto ciò, Luzzatto riesce a raccontare il “male” in modo problematico, non nascondendo il suo lato “affascinante”, riesce quindi a essere, più che scrittore, lettore insieme al lettore: in questo sì, avvicinandosi allo stile di Carrère. Dire che Luzzatto faccia un’apologia del criminale, come fa Montanari, è decisamente troppo. Non è vero. Leggete il libro. Ne vale la pena.

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Proletkult

Proletkult

L’ultimo romanzo del collettivo Wu Ming chiude (?) la trilogia composta da “Manituana” (che raccontava la rivoluzione americana) e “L’armata dei sonnambuli” (quella francese).

“Proletkult” si concentra sulla rivoluzione russa del 1917.

Il libro non narra i giorni della presa del potere da parte dei bolscevichi, ma ci “gira intorno”. Siamo infatti nel 1927, nei giorni del decennale e dei festeggiamenti (che riecheggiano il centenario appena trascorso). I protagonisti sono due: Bogdanov, scienziato, filosofo e scrittore realmente esistito, oppositore di Lenin da “tempi non sospetti”, e Denni, una giovane ragazza che dice di venire da un altro pianeta. Per scoprire i personaggi si torna indietro nel tempo, soprattutto agli anni dopo la rivoluzione (fallita) del 1905, alla rapina di Tbilisi del 1907, all’esilio di tanti rivoluzionari ospiti di Gorki a Capri, al romanzo di fantascienza “Stella Rossa”.

Proletkult scrive una storia possibile a partire da quella vera, incuneandosi in un momento della storia in cui sembrava ancora molto, se non tutto, aperto.

Le domande scomode di Denni a Bogdanov, che prova a rispondere e ci riesce fino ad un certo punto, sono le questioni che ci poniamo ancora oggi quando pensiamo alla possibilità del socialismo in questo mondo, in questo universo.

Qui i “titoli di coda” del romanzo.

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Tutti lo sanno

Il film di Asghar Farhadi nelle sale è un thriller per immagini.

A restare in testa durante e dopo la visione sono i colori forti e vivi del paesaggio del Rioja spagnolo, del paese dove “tutti lo sanno”, della vigna.

E’ la luce che batte all’interno del campanile nel retro dell’orologio del paese che viene ripreso all’inizio del film: luogo di fughe amorose adolescenziali.

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