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102 - L’aspra stagione

Postato il 22 Maggio 2012 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

Questo libro racconta alcuni anni cruciali della storia italiana, gli anni di passaggio dai ‘70 agli ‘80. Li racconta attraverso la scrittura bella, anche se a tratti un po’ pomposa, di Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale. E li racconta seguendo il percorso professionale di un cronista dell’epoca: Carlo Rivolta. Con quel cognome così, non poteva che rimanere legato a un periodo di insurrezione, come fu quello del ‘77, l’anno in cui scrisse di più e (forse) meglio.

Carlo Rivolta inizia come giornalista giovanissimo all’Avanti, per passare subito dopo a Paese Sera, palestra di tantissimi cronisti romani che tuttora scrivono sui quotidiani. Nel ‘75 è pronto per un nuovo giornale che si affermerà velocemente tra i lettori di sinistra: La Repubblica.

La Repubblica conquista già dopo un anno di vita 100mila lettori, ma non bastano. Servono i “giovani”, e Carlo Rivolta è il loro cronista. Racconta la loro musica, le loro passioni, le loro droghe e i loro progetti politici. Lo può fare perché è bravo nel suo mestiere e anche perché vive lui stesso quelle esperienze insieme alla sua generazione.

Come tanti di quella generazione, Carlo Rivolta non si adatta al 1978, ovvero alla fine del sogno, rappresentata brutalmente dai 55 giorni del rapimento di Aldo Moro. E’ in quei due mesi che si certifica la fine del “movimento”. Da lì in poi le strade aperte rimangono due: la pistola e la spada (ovvero la dose di eroina). Molti sceglieranno una di quelle due opzioni, entrambe mortali. Carlo Rivolta non amava i “lottarmatisti”, ma nemmeno si piegò alla “fermezza” che il rapimento di Moro impose alla maggior parte dell’establishment. Quei giorni furono anche la fine del sogno di “Repubblica”, che, nato come giornale indipendente e “liberal”, si sposta per diventare il nuovo quotidiano di fatto dei comunisti italiani.

Gli anni successivi sono anni di disastri, tra ammazzamenti e morti di overdose. Il terremoto dell’Irpinia nell’80 e il povero Alfredino sepolto vivo a Vermicino: sono tra gli ultimi eventi seguiti da Carlo Rivolta, cronista, prima della forse inevitabile morte a soli 32 anni.

“L’aspra stagione” si chiude nel 1982, cioè con i mondiali di calcio vinti dall’Italia, che Rivolta non ha potuto seguire. Nei festeggiamenti, finalmente dopo anni, non ci sono nemici interni e gli italiani scendono in strada, come liberati.

Il libro è bello, ben scritto, racconta tante cose che già sapevo ma le mette in fila, inquadra un periodo di transizione come tanti, forse come quello che stiamo vivendo anche ora. Un periodo che personalmente ho vissuto bambino: è infatti nelle pieghe dei ricordi personali che si infilano molti degli eventi ricordati.

Alla fine del libro ci sono spunti per continuare a leggere di quegli anni, io riporto qua sotto un brano del libro, che è in realtà un pezzo di un articolo scritto da Carlo Rivolta per la rivista Linus nel luglio del 1977, e che spiega secondo me meglio il ‘77 di tanti scritti che ho letto, passati e recenti.

Link: lo storify con notizie e recensioni sul libro.

Al principio di quest’anno, a Roma, rampa di lancio del movimento, c’erano centinaia di quadri della Nuova sinistra che avevano scelto di diventare cani sciolti. Stufi di beghe, scazzi, liti e scissioni, cercavano disperatamente da tempo di incontrarsi per far fruttare la lezione delle donne e dei circoli giovanili. Culturalmente questi militanti hanno, grosso modo, questo identikit: hanno una concezione libera e libertaria della politica, sono stati parenti stretti di movimenti psichedelici del passato, hanno un rapporto negativo con la violenza gratuita, un’educazione culturale “illuminata”. […]
Contemporaneamente entrava sulla scena un altro protagonista, il militante di borgata. Si tratta dei giovani sottoproletari che si sono avviati alla politica piú che altro attraverso gli slogan e i volantini. Le ossa, questi militanti, se le sono formate facendo a botte con i fascisti prima, facendoci a revolverate dopo. I loro svaghi, gli atteggiamenti, persino le parole d’ordine che gridano (mi perdonino i super militanti marx-leninisti o operaisti) sono mutuati principalmente dai tifosi degli stadi. […]
All’inizio fu egemone lo stile di indiani metropolitani e femministe, poi è cambiato il segno. Al centro di questa difficile alleanza si sono trovati i militanti dell’Autonomia organizzata (del tutto casualmente: unico merito era il non essere sputtanati quanto gli altri gruppi). Hanno privilegiato un discorso fatto tutto di “livelli di scontro”, di politica, di attacchi a cuori e fegati dello Stato. Risultato, alla fine, delle novità prodotte dal movimento è rimasto pochissimo, quasi niente. Che tra i militanti sottoproletari, affiancati dall’ultimo gruppo organizzato, l’Autonomia, e i militanti “borghesi” che rifiutano in questa fase l’organizzazione, dovessero vincere i primi era forse scontato. Che la gioia e le feste dovessero diventare un’esca per attirare militanti e niente piú che lanci di sacchetti pieni d’acqua era prevedibile, con i tempi che corrono. Che la disperazione arrivasse al punto da produrre cinque tentati suicidi in pochi mesi (di cui uno purtroppo, riuscito), che la noia e lo scoramento dovessero diventare il dato principale per molti compagni, che i partiti armati dovessero proliferare in un crescendo irrazionale di slogan truculenti e di pratiche politiche degne delle risse da stadio, lo era molto meno. E la colpa non è solo della crisi, della borghesia, di Andreotti, della disoccupazione e della disgregazione. In questi casi l’autocritica s’impone, ma non è di moda.

[Carlo Rivolta, da LINUS, luglio 1977]

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