80 - Altai
Innanzitutto: ma cosa sono questi Altai?. Sono falchi, niente di importante.
Il romanzo Altai di Wu Ming ricomincia dove era finito Q e ci racconta una storia che parte dall’incendio dell’arsenale di Venezia e arriva fino alla battaglia di Lepanto, attraverso gli occhi di Manuel Cardoso (ex Emanuele De Zante), spia, capro espiatorio, fuggitivo, prigioniero e traditore.
Ma il protagonista di Altai non è a mio parere un personaggio. E’ il Mediterraneo, con le grandi città meticce portuali dell’epoca (Venezia, Ragusa, Costantinopoli, Famagosta), le sue lingue mischiate (come il giudesmo) e le religioni cangianti. Come in Manituana, ma stavolta scavando nelle mitiche “radici” della nostra Europa (che sicuramente non sono solo “giudaico-cristane”), buoni e cattivi si distinguono a malapena e cambiano barricata di continuo nella testa del lettore. Oppure, quando sono vecchi e saggi, si ritirano dalla guerra (e dal gioco fra buoni e cattivi) dopo aver cercato di fermarla e prima di vederne la fine. Ciò che conta è la vocazione del Mediterraneo, destinato a raccogliere profughi, esiliati e fuggitivi di tutto il mondo.
Il libro è scritto molto bene, scorre veloce e in modo lineare: rispetto a 10 anni fa, secondo me, il collettivo è (da questo punto di vista) decisamente migliorato. Per leggere Q bisognava superare lo scoglio delle prime 100 pagine, in cui si introducevano personaggi e storie a rotta di collo, con l’impossibilità per il lettore di capire alcunché. In Altai si legge tutto di seguito e senza complicazioni, i personaggi sono tanti (tra cui, finalmente, alcuni femminili), ma in un numero “normale”: se ne potrebbe trarre un film senza problemi di budget. D’altro canto la “semplicità” di Altai rispetto agli altri libroni di Luther Blissett/Wu Ming, che per me restano Q e 54, lo rende meno capolavoro e più una storia da leggere, gustare e commentare.
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