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il blog di lorenzo cassata

Referendum costituzionale: perché no

Postato il 16 Novembre 2016 in grassetto da salgalaluna

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Il prossimo 4 dicembre si svolgerà il referendum sulla riforma costituzionale approvata in Parlamento negli scorsi mesi.

 

Molti hanno già deciso cosa votare e molti altri lo decideranno nelle prossime settimane, sulla base principalmente dei seguenti legittimi argomenti.

 

Chi vota “sì” lo farà per garantire la continuità istituzionale, per paura delle alternative a una possibile fine dell’attuale governo in conseguenza di una sconfitta, per timore delle reazioni dei mercati, perché questa riforma non sarà la migliore possibile ma è pur sempre “un passo in avanti”. Voterà sì perché così dicono di fare alcune organizzazioni a cui una parte del paese si sente vicina: il PD, la Confindustria e altre organizzazioni imprenditoriali, la Cisl… O meglio voterà sì perché non vuole votare “no” insieme ai molteplici e variegati oppositori della riforma. Voterà sì perché vuole fare parte dell’”Italia che dice sì”.

 

Chi vota “no” la farà perché non ama il governo in carica, i suoi leader e i suoi provvedimenti, voterà “no” alla “buona scuola”, allo “sblocca Italia” e al “jobs act”. Voterà “no” perché lo dicono i giornali, i partiti e le organizzazioni a cui si sente più vicino, siano esse di destra o di sinistra,  dalla “sinistra PD” ai 5 Stelle, o Forza Italia, l’ARCI, Casapound, Sinistra Italiana, la Lega, l’ANPI, la CGIL… voterà “no” per non votare come Verdini e Alfano, Marchionne o Federico Moccia. Voterà no perché, come ha detto Grillo in un comizio qualche tempo fa, “è il momento di dire no”.

 

Insomma, i “sì” e i “no”, nonostante i vari dibattiti televisivi e “nel territorio”, le paginate sui giornali, gli approfondimenti su vari siti web e i molti libri usciti sull’argomento saranno probabilmente in gran parte legati a un giudizio politico complessivo sul governo e il presidente del consiglio e non ai contenuti della “riforma costituzionale”.

 

In parte è naturale che sia così, perché per la prima volta si propone un referendum di questo tipo con in carica governo e parlamento che hanno fatto approvare la riforma in questione. Nel 2001 a riformare era stato il centrosinistra e si votò mentre governava il centrodestra e nel 2006 a riformare la costituzione ci aveva provato il centrodestra e governava – al momento del referendum – il centrosinistra.

Questa circostanza contribuisce a “personalizzare” il referendum, a prescindere dalla consequenzialità che lo stesso Renzi ha agitato per mesi – salvo rimangiarsela negli ultimi tempi – tra il futuro della sua esperienza governativa e il successo al referendum costituzionale.

 

Anche io – lo ammetto – ho pensato di votare per i motivi che ho appena ricordato, pensando che - in fondo - del merito della “riforma costituzionale” non mi interessava davvero, che è un argomento tecnico troppo complesso, che probabilmente si è enfatizzato il suo significato, che di fatto non porterà né a un grande passo in avanti né a una sconfitta della democrazia. Magari in una situazione relativamente più “tranquilla” politicamente avrei disertato le urne, come avevo fatto ad esempio – sbagliando - nel 2001, quando si votò per la riforma costituzionale costruita dai governi di centrosinistra negli anni precedenti.

 

Poi – complice la dilatazione della campagna elettorale - ho deciso di informarmi un po’ di più sui contenuti della “riforma” e di valutarne gli effetti.

Condivido quindi l’idea che mi sono fatto, in modo che possa essere forse utile a chi è indeciso o che comunque ha già deciso di votare sì o no, ma è ancora alla ricerca di una motivazione più solida di quelle più “di pancia” che di sostanza.

 

Basta col federalismo

 

Di fatto questa riforma cancella il “federalismo” creato dal governo di centrosinistra nel 2001, riportando la gran parte dei poteri in capo allo Stato. Questo aspetto non è di per sé negativo, segnando la fine dell’ubriacatura di “federalismo” che abbiamo vissuto per anni sotto la spinta della Lega. D’altra parte togliere alle Regioni alcuni poteri, come sulla protezione dell’ambiente, apre lo spazio ancora di più alla devastazione del territorio in nome dello spirito delle grandi opere, come già è stato con la legge sulle trivelle che intendeva abrogare il referendum di aprile.

 

Le novità sul referendum e le proposte di legge di iniziativa popolare

 

La nuova Costituzione prevede la possibilità di indire referendum propositivi e non solo abrogativi: è una misura positiva, ma non esistendo una legge non è immediatamente applicabile.

Si depotenzia inoltre il meccanismo del quorum, prevedendo che, nel caso si siano raccolte oltre 800mila firme, il quorum si abbassi al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche. Anche questa è una modifica che ritengo positiva, anche se il meccanismo di raccolta delle firme andrebbe decisamente reso più attuale.

D’altra parte per le leggi di iniziativa popolare è richiesto un numero di firme maggiore rispetto ad oggi (150mila contro 50mila), diminuendo quindi le possibilità di utilizzare questo strumento di “democrazia diretta”.

 

I risparmi sui costi della politica

 

Trovo aberrante la logica per cui si possa fare una riforma costituzionale (e un referendum!) per risparmiare sulla politica, ovvero sulla democrazia. Viene eliminato il Cnel e i senatori sono ridotti a 100 persone (dalle attuali 315), già pagate in altro modo (perché consiglieri regionali o comunali) che probabilmente avranno solo dei rimborsi spese. I risparmi sono decisamente pochi, anche se si arrivasse ai 500 milioni che sbandiera Renzi: non è esattamente una motivazione forte e decisiva.

 

La fine del bicameralismo perfetto

 

Il senato è di fatto trasformato in un organismo privo di poteri reali, rappresentativo degli enti locali, che hanno propri rappresentanti scelti in modo misterioso (la legge relativa ancora non c’è).

E’ vero che il “bicameralismo paritario” o “bicameralismo perfetto” non è mai stato difeso dalla sinistra storica, che criticava il “tira e molla” tra le due camere, ma chi proponeva una sola camera negli anni ‘70 e ‘80 lo faceva per rafforzare il Parlamento, eletto con un sistema elettorale proporzionale. Per questo la posizione di chi chiede di cambiare l’Italicum per poter votare sì al referendum sarebbe comprensibile solo se venisse approvata una legge elettorale proporzionale, mentre gli esponenti della “Sinistra PD” si limitano a chiedere il ripristino delle preferenze e altri ritocchi di poco conto o addirittura un assurdo “turno unico” che rischia di replicare esattamente il Porcellum. Una legge elettorale maggioritaria come l’Italicum, sostanzialmente identica al Porcellum, salvo che è previsto il doppio turno, regala automaticamente alla lista vincente il 54% dei seggi nell’unica Camera che conta davvero. Il sistema che si disegna è un presidenzialismo mascherato da parlamentarismo senza alcun contrappeso: qui sta il pericolo vero della riforma.

Per questo trovo sbagliate le critiche di chi dice “era meglio se il senato fosse stato abolito del tutto”: a riforma approvata rappresenterà infatti il solo possibile - teorico e depotenziato – potere alternativo a quello assoluto della maggioranza di governo.

Per lo stesso motivo non credo sia un buon argomento quello di chi mette in evidenza le complicate nuove procedure di approvazione delle leggi, perché daranno luogo a conflitti di attribuzione, che potrebbero rappresentare una garanzia democratica, almeno nei primi anni di vigenza della nuova costituzione.

I sostenitori del sì dicono spesso che nel resto del mondo occidentale il bicameralismo perfetto non esiste. Vediamo rapidamente se e in che modo questa affermazione sia vera con alcuni esempi.

 

In Francia c’è il cosiddetto semi-presidenzialismo. Il presidente della repubblica ha poteri legislativi, è eletto direttamente dal popolo, in tempi e modi diversi dalle camere (il Senato ha un potere effettivamente residuale). Spesso infatti si trova con una maggioranza diversa da quella che lo aveva appoggiato nell’elezione. La stessa cosa accade – sostanzialmente - negli Stati Uniti.

 

In Germania esiste il cancellierato e il sistema politico è molto simile a quello proposto dalla riforma costituzionale italiana. Esistono infatti due camere, ma solo quella “popolare” (il Bundestag) dà e nega la fiducia al Cancelliere, mentre la camera delle regioni (Bundesrat) si occupa di questioni regionali e europee (come dovrà fare il nuovo senato se la riforma approvata in Italia sarà confermata dal referendum). Ma c’è una grande differenza: in Germania non esiste un sistema elettorale che regala la maggioranza a un solo partito. Si vota con un sistema proporzionale “corretto” attraverso le circoscrizioni elettorali e una soglia di sbarramento (peraltro il sistema elettorale è stato oggetto negli scorsi anni di vari pronunciamenti negativi della Corte costituzionale tedesca). La situazione è molto simile in Spagna: anche qui il Senato ha competenze limitate e il parlamento è eletto con un sistema proporzionale puro (anche se con un forte “sbarramento” regionale che favorisce i partiti delle singole comunità autonome e per questo è molto criticato). Non è un caso che in Germania ci sia da anni un governo di coalizione e che in Spagna si è arrivati a un governo popolare con l’astensione dei socialisti, dopo un anno di trattative.

 

In Gran Bretagna il sistema elettorale è basato sui collegi uninominali, che non danno automaticamente garanzia di maggioranza in parlamento: anche qui infatti si è fatto ricorso, in alcune circostanze come dal 2010 al 2015, a governi di coalizione. La centralità del parlamento è evidente: proprio negli scorsi mesi è cambiato primo ministro (in seguito al referendum sulla cosiddetta “Brexit”), ma la camera è rimasta la stessa. Inoltre Galles, Irlanda del Nord, Inghilterra e Scozia hanno propri parlamenti che legificano per alcune materie e persiste anche la Camera dei Lord, che non ha gli stessi poteri della “Camera dei comuni”, ma ha comunque la possibilità di proporre emendamenti alle leggi e bloccarne l’iter fino a un anno.

 

In Grecia esiste una sola camera con potere di fiducia e al primo partito era assegnato un forte “premio” di maggioranza (60 deputati): una legge molto simile all’Italicum, anche se non garantiva in automatico la maggioranza parlamentare. Anche Syriza è dovuta ricorrere ad esempio a una coalizione. E’ da notare che quest’estate il parlamento greco ha votato una riforma che ha eliminato il premio di maggioranza, riportando il sistema elettorale a un proporzionale puro.

 

E’ vero quindi che non esiste negli altri sistemi un “bicameralismo perfetto” come attualmente in Italia, ma da nessuna parte esiste un presidenzialismo mascherato senza contrappesi come quello che esce fuori dalla riforma che dobbiamo giudicare con il referendum.

Una riforma in linea con principi di democraticità e con i sistemi presenti nel resto d’Europa avrebbe potuto puntare in una direzione chiaramente “parlamentarista”, ad esempio abolendo i poteri del senato, ma facendo eleggere la Camera con un sistema proporzionale puro (o con piccole correzioni, o maggioritario di collegio come in Gran Bretagna o con un maggioritario di collegio a doppio turno come “storicamente” nei programmi del “centrosinistra” italiano), diminuendo il numero dei deputati. In alternativa si sarebbe potuto scegliere un sistema presidenzialista, facendo eleggere il premier direttamente dal popolo, preferibilmente con modi e tempi diversi rispetto alla Camera. Personalmente avrei preferito – e preferirei - la prima soluzione.

 

Aggiungo che ci sono alcune motivazioni dei sostenitori del sì e del no che trovo fastidiose, sbagliate o semplicemente non opportune o convincenti, secondo i miei parametri. Provo ad elencarle.

 

Argomenti del sì

 

1) Sono 30 anni (o 50, o 70, a seconda delle versioni) che si prova a modificare la costituzione senza riuscirci. Finalmente il governo Renzi ci è riuscito, se non si approva questa riforma dovremo aspettare chissà quanti altri anni.

 

Non è vero che ci sia un’urgenza di cambiare la costituzione. Non è vero che non sia stata cambiata, lo si è fatto più volte. Nel 2011-2012 venne introdotto - ad esempio - il pareggio di bilancio in costituzione senza colpo ferire. Ci fu chi raccolse firme per abrogare le modifiche (SEL, CGIL, Possibile) ma non furono abbastanza. Era solo 4 anni fa. Il governo Renzi ha “solamente” forzato la mano al Parlamento, anche quando Forza Italia si è tirata fuori dopo l’elezione di Mattarella.

 

2) Grazie alla riforma tutti avranno i farmaci oncologici a prescindere dalla regione di residenza.

 

Questa argomentazione usata più volte da Renzi è decisamente ridicola. Il fatto di “regionalizzare” la sanità ha indubbi svantaggi (diversi livelli di prestazione, diversi costi) ma anche il vantaggio di avere regioni che approvano medicinali che – ad esempio per motivi “ideologici” - altre non consentono (penso ad esempio alle sperimentazioni sulla cannabis terapeutica), quindi centralizzare non è in sé positivo, lo è solo se si centralizza consentendo sempre alle nuove tecniche di essere utilizzate su tutto il territorio a prescindere da motivazioni politiche, cosa che non sembra garantita, men che meno da una ministra come Beatrice Lorenzin.

 

3) Si supera il ping-pong tra camera e senato, accorciando i tempi

 

Non credo che sia necessario di per sé “accorciare i tempi”. Quando c’è il ping-pong tra camera e senato è perché non c’è un accordo politico sulla legge di cui si discute, non perché c’è il bicameralismo.

 

4) Ci saranno leggi più brevi e semplici

 

Questa l’ho letta su un manifesto del “Sì” e la trovo davvero ridicola. Chi garantisce la “semplicità” delle leggi? Il fatto che sia una sola camera a dare la fiducia al governo? La verità è che ci sarebbe bisogno di buone leggi, oltre che “semplici”. E negli anni dei “governi brevi”, di coalizione, con il sistema proporzionale (gli anni ‘60 e ‘70) sono state fatte tante buone leggi (cito a braccio: sistema sanitario nazionale, statuto dei lavoratori, divorzio, aborto, equo canone…), mentre da quando c’è una “semplificazione” del quadro politico, accompagnata dalla personalizzazione dello scontro e da sistemi elettorali maggioritari le leggi sono state, a mio parere, spesso “cattive leggi” (cito anche qui in ordine sparso: legge Bossi-Fini, la legge “Gelmini”, riforme delle pensioni sempre più penalizzanti, il jobs act). Ma non voglio dare meriti o colpe alla Costituzione: è evidente che dipende dal quadro storico-politico se si fanno leggi progressive o penalizzanti. Se le leggi sono “semplici” e approvate in tempi rapidi non ne deriva che siano anche positive.

 

5) La riforma introduce lo “statuto delle opposizioni”.

 

Non è assolutamente chiaro cosa significhi. In ogni caso è approvato dalla Camera, che con la legge elettorale Italicum vedrà un solo partito con il 54% dei seggi…

 

Argomenti del no

 

1) Non è vero che si elimina il bicameralismo perfetto: ci sono 6 (o 7? O 10?) procedimenti legislativi diversi, l’articolo 70 è lunghissimo e confuso: fioccheranno i contenziosi.

 

E’ tutto vero, ma è uno dei punti che meno mi preoccupa. Se il Senato manterrà delle prerogative e si creeranno degli “intoppi” sarà semplicemente meglio: vorrà dire che il governo avrà un “contropotere” e non un semplice osservatore dentro le istituzioni.

Secondo la mia personale - ingenua? - lettura dell’articolo 70 i procedimenti legislativi diversi sono 4, ma forse chi ne conta di più si riferisce a quanto scritto negli articoli successivi, che rimandano ai regolamenti parlamentari specifiche procedure legislative:

 

- su questi temi rimane il “bicameralismo paritario”: leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma

 

- le leggi “normali”, deliberate dalla camera, su cui il Senato ha 30 giorni per proporre modifiche

 

- le leggi di cui all’articolo 17 comma 4 (credo di avere capito che sia quando lo stato per “la tutela dell’interesse nazionale” legifica su materie di competenza regionale), sulle quali il Senato ha 10 giorni per proporre modifiche, più vincolanti (la camera deve eventualmente respingerle a maggioranza dei componenti)

 

- I disegni di legge di cui all’articolo 81 comma 4 (le leggi di bilancio), sui quali il Senato ha 15 giorni per esprimere un parere

 

 

2) Tanto valeva abolire il Senato.

 

Trovo questo argomento pericoloso. Chiudere il senato avrebbe portato ancora di più verso il passaggio al sistema “chiavi in mano per 5 anni” che considero il pericolo maggiore della riforma. Per fortuna esiste ancora un - minimo - contrappeso, anche se non è chiaro come saranno scelti i senatori e i poteri reali del senato sono ancora tutti da comprendere.

 

 

3) E’ la riforma voluta da JP Morgan e dai poteri forti

 

Vero. Personalmente però sono abituato a pensare che i “poteri forti” non esistano, o meglio che siano tanti e diversi, con interessi non sempre convergenti. Per cui persino alcuni “poteri forti” a volte possono avere obiettivi giusti. Secondo me non è questo il caso, ma l’argomento mi pare debole.

 

4) Il presidente della repubblica è eletto dal partito di maggioranza

 

Il presidente della repubblica è eletto per 7 anni, quindi può superare la durata di un parlamento, potrebbe quindi crearsi una divergenza “politica” fra maggioranza di governo e presidente. Nel nuovo sistema è eletto dalle due camere in seduta comune, quindi da 630+100=730 persone, fra le quali almeno 340 fanno parte, con l’Italicum, di un solo partito. Nei primi scrutini la maggioranza richiesta è dei 2/3, dal quarto si passa ai 3/5, dal sesto ai 3/5 dei votanti. Mi sembra difficile che con queste previsioni un solo partito possa eleggere da solo il presidente, a meno di un assenteismo di massa da parte delle opposizioni dalla sesta votazione, ma effettivamente non si capisce la ratio di prevedere questa possibilità.

 

 

Conclusioni

 

In conclusione il vero punto centrale della “riforma” proposta è la trasformazione – definitiva – del sistema politico italiano in un presidenzialismo non esplicito, pericoloso perché un “abbaglio” degli elettori regalerebbe tutti i poteri, con pochissimi contrappesi, a un governo e alla sua maggioranza per 5 anni. Soprattutto quando i cittadini scelgono “il meno peggio”, ritengo sia necessario un quadro politico il più possibile rappresentativo delle diverse posizioni e opzioni politiche.

 

Questo quindi è il motivo principale per cui mi sono convinto a votare no: la riforma porterebbe a un’ulteriore e pericolosa involuzione del sistema politico italiano.



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