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Salgalaluna » 2014 » Febbraio

il blog di lorenzo cassata

Il talent del movimento 5 stelle

Postato il 10 Febbraio 2014 in grassetto da salgalaluna

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Una chiave per leggere modalità e immaginario del Movimento 5 Stelle è quello dei reality show o forse ancora più esattamente dei cosiddetti talent.
Non mi riferisco al fatto che Rocco Casalino, “responsabile per la comunicazione coi media” del gruppo M5S al Senato è un ex concorrente della prima edizione del Grande Fratello (e si è distinto ultimamente per aver attaccato proprio Daria Bignardi, sua conduttrice ai tempi del reality), né alla notizia sul provino fatto una decina di anni fa da Alessandro Di Battista, uno dei più noti “cittadini deputati”, per partecipare ad Amici di Maria De Filippi.
Si tratta di una lettura per me obbligata, dopo aver visto, a partire dall’anno scorso, decine di filmati in streaming di incontri e riunioni tra “cittadini a 5 stelle”, trasmessi da bar o abitazioni private e dalle modalità del tutto simili a quelle del Grande Fratello: protagonismi, alleanze, occhiatine, pause di imbarazzo. Vi invito a vederne qualcuno per capire di cosa sto parlando: la logica stessa dello streaming sembra para para quella del voyeurismo del più famoso reality degli ultimi 20 anni.
Ma quello secondo me più significativo è il canale di comunicazione su youtube del gruppo 5 stelle del Senato, non a caso quello più “caldo”, in cui lavorano tra gli altri il noto Claudio Messora e l’altro videoblogger “Nik il nero”.
Nel canale spiccano in particolare due video, trasmessi in streaming ma chiaramente frutto di un’ideazione e regia precedente. Sono i video che raccontano l’elezione (trimestrale) del capogruppo 5 stelle al Senato, nelle ultime occasioni: quella che ha segnato il passaggio da Nicola Morra a Paola Taverna, e quella più recente, che ha deciso la staffetta tra Paola Taverna e Maurizio Santangelo.

Sono due video elaborati, con una struttura mutuata chiaramente da un talent. I deputati - cittadini sono una platea di giudici come a X-Factor: guardano i cellulari e ogni tanto sorridono imbarazzati mentre sono comunque impegnati nella valutazione dei candidati arrivati al “ballottaggio”. Il presentatore (uno dei senatori) alterna sorrisi e declamazioni seriose, mentre annuncia i due “finalisti”. Partono quindi i filmati: prima per glorificare il capogruppo uscente. Quello su Nicola Morra è retorico e martellante, sottotitolato: “è merito nostro” se sono state ottenute grandi vittorie, “è colpa loro” tutta l’attuale nequizia. E alla fine, ovviamente, “vinciamo noi”.

Quello su Paola Taverna è invece la glorificazione della cittadina-deputata-portavoce dei cittadini. Paola si alza la mattina, esce di casa, “getta la spazzatura e guarda il paese in cui vive”. Prende la macchina, parcheggiata sulle strisce, e si dirige al suo luogo di “performance”, il senato.

Seguono discorsi emozionali degli ex capogruppo.Quindi ci sono i profili dei due candidati, che provano un discorso e vengono presentati da un altro filmato, come in qualsiasi talent che si rispetti. Lo sfondo quando i cittadini parlano è simile a quello del confessionale del Grande Fratello.
Alla fine il voto, segreto, per uno dei due candidati ovviamente entrambi chiamati per nome. Lo scrutinio porta alla vittoria di uno e alla sconfitta dell’altro, che comunque si congratula. Applausi e discorso finale di ringraziamento, anche a “mamma e papà”.

Perché reality o talent e Movimento 5 Stelle (particolarmente nella sua dimenzione nazionale) sono fenomeni sulla stessa lunghezza d’onda? Secondo me perché sono due spazi, forse gli unici due, rimasti alle “giovani generazioni” per emergere. In un mondo del lavoro fondato su gerontocrazia e precariato e in una politica chiusa tra correnti e consorterie, per emergere rimangono, oggi, due sole strade: riuscire ad entrare nel mondo della televisione governato dal paternalismo di Maria De Filippi & co. oppure nel mondo della politica grazie ai padri-padroni Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. In entrambi i casi è possibile esprimere il proprio “merito”, vilipeso nel mondo reale e finalmente riconosciuto.

Tra i banchi e le banche

Postato il 1 Febbraio 2014 in grassetto da salgalaluna

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A proposito dell’approvazione del cosiddetto decreto “IMU-Bankitalia” lo scorso mercoledì, ho provato davvero a capirci qualcosa, con molta difficoltà. E’ difficile infatti farsi un’idea basata sui fatti, laddove giornali e opinionisti sono così strettamente legati alla politica e alle fazioni in campo. Provo a ricapitolare quanto ho capito.
Le questioni in campo sono due: quella di metodo e quella di merito.

Il metodo

I giornali si sono concentrati sulla “prima volta”. Sarebbe infatti successo mercoledì sera, “per la prima volta” che il presidente della Camera Laura Boldrini applicasse la cosiddetta “ghigliottina”, ovvero mettendo il provvedimento in votazione senza far terminare tutti gli interventi previsti, allo scopo di non far scadere il decreto.

Sicuramente è odioso il giustificazionismo della presidente della camera e di tanti deputati della maggioranza, nonché di varie testate, che hanno sostenuto che, senza quell’atto, “gli italiani avrebbero dovuto pagare l’IMU”. Innanzitutto infatti non si tratterebbe di una ragione superiore all’ordine democratico: gli “italiani” hanno pagato l’IMU in passato e probabilmente lo faranno in futuro. In secondo luogo, come noto, i gruppi di opposizione avevano fatto proposte per tempo allo scopo di separare la questione dell’IMU da quella di Bankitalia e addirittura proposto un provvedimento immediato sull’IMU con coperture proprie.

Altro tentativo giustificatorio della scelta di Laura Boldrini e del suo ufficio è stato quello di ricordare come al Senato la “ghigliottina” (ovvero il taglio degli interventi di opposizione) sia stata usata più volte. Scopro oggi, grazie ad un articolo di Elettra Deiana sul sito di SEL, che il regolamento del senato prevede espressamente questa prerogativa, mentre alla Camera non è prevista. Solo una volta, l’ex presidente Luciano Violante, sostenne che avrebbe potuto utilizzarla “per analogia” con il Senato, ma non è scritto in nessun atto regolamentare della Camera.

La mia conclusione è quindi che, nel metodo, il comportamento tenuto dalla presidenza della Camera è completamente errato. Questo nonostante giudichi l’”assalto” ai banchi del governo da parte dei “grillini” e dei deputati di Fratelli d’Italia una pagliacciata e alcuni episodi, come gli insulti sessisti ad alcune deputate, decisamente gravi.

Il merito

Molto più complesso il giudizio sul provvedimento, in particolare sulla parte relativa alla Banca d’Italia. In rete persone e reti di sinistra linkano la “spiegazione” del blog ultraliberista “noise from amerika”, il sito del corriere “spiega” concludendo: “per l’Italia comunque avere banche solide è un elemento di forza in Europa”, molti confondono le acque, il post propone uno dei suoi “spiegoni” abbastanza ben fatto.
Come spiegato in questo articolo, il decreto origina da una decisione presa a livello europeo. Il Basel Committee on Banking Supervision ha infatti previsto un pacchetto di riforme, note come “Basilea 3″, che impongono, dal 1 gennaio 2014, una rivalutazione e consolidamento dei capitali delle banche centrali dei paesi europei.

E’ in base a questo input europeo che il decreto prevede la “rivalutazione” del capitale di Bankitalia da 156mila a 7,5 miliardi di euro. “Basilea 3″ prevede inoltre che una singola banca possa possedere al massimo il 5% delle azioni, mentre il decreto italiano impone una soglia ancora più bassa: il 3%.

Attualmente fa parte del capitale di Banca d’Italia una serie di istituti bancari, assicurativi e previdenziali. Nel 1936, quando il capitale venne formato, questi enti erano di proprietà pubblica. Ma negli ultimi decenni l’”internazionalizzazione” ha spinto le banche alla privatizzazione e alla fusione: la conseguenza è che il capitale della Banca d’Italia si è concentrato in un numero minore di azionisti, quasi tutti privati.
In particolare due grandi istituti bancari (Intesa San Paolo e Unicredit) possiedono molte più azioni del 3%: rispettivamente il 30,33 e il 22,11. Grazie al decreto saranno quindi costrette a vendere il surplus di azioni, che - in caso non trovassero acquirenti sul mercato - possono essere rilevate, temporaneamente, dalla Banca d’Italia. E’ così che potranno avere un incasso “liquido” di oltre 4 miliardi di euro. Sui guadagni percepiti le banche dovranno pagare le tasse, quindi il tesoro incasserà - a seconda delle fonti - da 900 milioni a 1,1 miliardi, che sono destinati dal decreto a compensare parzialmente l’abolizione della seconda rata dell’IMU.

Il controllo politico (e di nomina) su Bankitalia, nonostante il capitale sia in mano ai privati, spetta e continuerà a spettare al governo (in particolare al Tesoro) e al parlamento.

Il decreto quindi non prevede nessuna “privatizzazione” di Bankitalia: questa argomentazione è del tutto falsa. La banca centrale era un ente di diritto pubblico proprietà di privati, tale resterà.
La Banca d’Italia ha e dovrebbe continuare ad avere dei “profitti” (parzialmente dovuti all’emissione della moneta, ovvero a quello che volgarmente si chiama “signoraggio”), che annualmente gira in parte al Tesoro, in parte mette nella riserva. Una quota della riserva (non superiore al 4% del capitale) viene versata ogni anno agli azionisti, ovvero a banche e istituti assicurativi e previdenziali, come dividendi. La quota della riserva che la Banca d’Italia può dare agli azionisti, con il decreto approvato mercoledì in aula, passa dal 4 al 6%, per il futuro.

Si tratta quindi di un “regalo alle banche”, come sostengono Movimento 5 Stelle, SEL, Fratelli d’Italia e Lega? Secondo il Ministero dell’economia no, ma è indubbio che alcune banche (quelle più grandi, con una quota superiore al 3%) avranno un beneficio tangibile enorme, perché per la prima volta potranno vendere le quote (rivalutate) di Bankitalia. Per tutti gli altri azionisti il “regalo” è “solo” contabile, nel senso che potranno iscrivere a bilancio le quote maggiorate, senza però poterle trasformare in “liquido”. Tutti gli azionisti, inoltre, potranno ricevere in futuro una quota maggiore degli introiti della Banca centrale, grazie al decreto. La mia convinzione è che quindi è sostanzialmente vero che il decreto permette un regalo alle banche.

Veniamo quindi al punto più difficile: chi ci perde? La “rivalutazione” del capitale di Bankitalia, ovvero i 7,5 miliardi di euro, da dove vengono? I soldi provengono dalla riserva della banca centrale, che a fine 2011 era pari a oltre 128 miliardi di euro, che quindi si ridurrebbe. Ma a che servono quei fondi, ovvero per cos’altro potrebbero servire?

Leggiamo sul sito della Banca d’Italia:

L’importanza delle riserve ufficiali nazionali è riconducibile in primo luogo alla possibilità che la BCE richieda, al verificarsi di determinate condizioni, il conferimento di ulteriori riserve. Inoltre, le riserve nazionali consentono alla Banca d’Italia sia di espletare il servizio del debito in valuta del Tesoro (evitando così eventuali effetti distorsivi sul mercato) sia di adempiere agli impegni nei confronti di organismi finanziari internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale. Da ultimo, quale parte integrante delle riserve dell’Eurosistema, le riserve nazionali contribuiscono a sostenere e ad alimentare la credibilità del Sistema europeo di banche centrali.

Il risultato della gestione delle riserve nazionali contribuisce alla formazione del bilancio ed alla preservazione della solidità patrimoniale dell’Istituto a fronte dei rischi cui questo è esposto nello svolgimento delle sue attività istituzionali.

Pertanto, la gestione si pone come obiettivi principali il mantenimento del valore e la liquidità delle riserve stesse. Inoltre, in virtù della crescente importanza delle riserve valutarie come parte integrante del patrimonio, la gestione persegue la massimizzazione del rendimento nel rispetto di limiti di rischio ritenuti accettabili.

L’attività di gestione delle riserve ufficiali nazionali è sottoposta - alla stregua dell’attività di investimento del portafoglio in euro - al divieto di finanziamento monetario previsto dall’ art. 101 del Trattato. Sono vietati, pertanto, gli investimenti sul mercato primario in titoli emessi da stati membri e da istituzioni dell’area dell’euro; gli stessi investimenti effettuati sul mercato secondario sono sottoposti a soglie di monitoraggio.

In sostanza sembrerebbe, come indicato da alcuni giornali, che le riserve non potrebbero essere utilizzate a scopi diversi, per cui mi sembra errato dire, come molti hanno fatto, che i soldi sono stati “sottratti alla collettività”, anche se ovviamente una scelta politica diversa, a livello europeo, avrebbe potuto e potrebbe cambiare le regole generali e imporre alle banche centrali di usare una quota di quelle riserve per finanziare, ad esempio, la spesa e gli investimenti pubblici.



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