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il blog di lorenzo cassata

Appunti sul 14Nit

Postato il 17 Novembre 2012 in grassetto, roma cronache da salgalaluna

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Poco più di un anno dopo, siamo sempre lì. Per giornali e tv il dibattito non cambia quasi per niente: violenti, infiltrati, black bloc, poliziotti buoni e poliziotti cattivi, poveri poliziotti con 1000 euro al mese, studenti strumentalizzati da ultras, nazisti greci (o dell’Illinois) e vecchi arnesi del ‘77.

E invece, credo, siamo a un punto molto diverso.

Premesso che ho partecipato per un paio d’ore al corteo studentesco, da Piazza Esquilino fino a Piazza Venezia e quindi della “seconda parte” ho solo letto e sentito dire, lascio qui scritte alcune considerazioni sparse, come ho tentato di fare l’altr’anno dopo il 15 ottobre.

Secondo me esiste un “ciclo” di manifestazioni.

2008
Questo ciclo parte nel 2008, con le manifestazioni che partirono dai precari della scuola, della ricerca e dell’università contro la legge 133 e coinvolsero nell’autunno un numero impressionante di studenti, soprattutto universitari. Del resto la legge 133 colpiva tutti: il pubblico impiego in primis, i precari in generale, la scuola con tagli pluriennali, l’università annunciando la possibilità di trasformarsi in fondazione (non mi risulta che quella parte abbia avuto molto successo) e altre amenità.

Nell’autunno 2008 le manifestazioni furono tante, oceaniche, belle. Pochissimi scontri di piazza. Nessun risultato. La legge 133 (che peraltro era già stata approvata) rimase lì com’era, e cominciò l’esame della “legge Gelmini”, che avrebbe “riformato” il reclutamento all’università. Il momento forse più eclatante fu il 29 ottobre, quando un gruppetto di fascisti di Casapound decise che doveva fare a cinghiate davanti al Senato a Piazza Navona, coinvolgendo ragazzini spauriti, fino a quando non arrivarono gli universitari a cacciarli dalla piazza.
Quelle manifestazioni trovarono l’appoggio convinto della CGIL e dei sindacati di base, niente di più. I protagonisti rimasero gli studenti, con il loro slogan preferito: “Noi la crisi non la paghiamo”, che risuonava quasi ogni pomeriggio nelle strade delle città italiane.

2009

L’autunno-inverno 2009 passò molto più tranquillamente sul fronte dei movimenti, soprattutto studenteschi. Ma ci fu lo stesso un’enorme manifestazione, in qualche modo erede dei cortei giovanili dell’anno precedente. Fu organizzata in modo anomalo, attraverso Facebook e attraverso un account “falso”, con un nickname evocativo (San Precario), non gestito dai movimenti che avevano creato anni prima San Precario. Ancora oggi non si sa chi si celava dietro quell’account Facebook. Quello che è certo è che il 5 dicembre 2009, con l’unico intento di “cacciare Berlusconi”, furono davvero in tanti a sfilare per una grande manifestazione “viola” per le vie centrali di Roma. Un’autorganizzazione incredibile e innovativa, prima degli indignados spagnoli, prima di “Occupy Wall Street” e di altri esperimenti esteri.

Anche quella giornata finì senza scontri di piazza, senza violenza. Risultati? Nessuno. Berlusconi, multiprocessato e già in odor di scandali sessuali, rimase al suo posto senza battere ciglio. L’opposizione schifò quel popolo viola indistinto, troppo populista sia per i moderati del PD che per i “radicali” di SEL e Rifondazione. L’Italia dei valori tentò di farlo suo, contribuendo alla sua sostanziale morte precoce.

2010

Arriviamo al 2010. L’autunno si scalda di nuovo. La crisi del governo appare alle porte. Fini e Berlusconi non si sopportano più, la maggioranza perde pezzi. Nel frattempo il governo erige la “riforma” Gelmini sul reclutamento universitario come “scalpo” da conquistare. Gli studenti e i precari scendono in piazza come e più di due anni prima. Bloccano le città e le strade per mesi: ottobre, novembre. Berlusconi sta per crollare, Bersani e Granata salgono sui tetti delle facoltà, ma Napolitano dà al governo un altro mese di tempo. E’ così che nascono i “responsabili”: deputati singoli dell’opposizione (UDC, PD, IDV) passano alla maggioranza. Giusto per arrivare al 14 dicembre 2010. Giornata memorabile.

Gli studenti si convocano per l’ennesimo corteo, questa volta a Roma, nazionale. Sono davvero tanti, probabilmente più di 100mila. Girano per le strade di Roma per chilometri cercando di avvicinarsi al centro. La tensione sale quando si capisce che in Parlamento la maggioranza ha tenuto: contemporaneamente così si concretizzano i due incubi: la permanenza del governo Berlusconi, l’approvazione della “riforma” che distrugge l’università e la rende precaria.

Lì, arrivati a Piazza del Popolo, dove i leader del movimento avevano pensato di attrezzare un’assemblea per radicare le istanze e l’organizzazione di quegli studenti, scoppia il caos. La rabbia di alcune centinaia di manifestanti li spinge a tentare l’impossibile: l’assalto al centro impattando con i poliziotti. Gli scontri sono la conseguenza più ovvia. E durano tanto, con la partecipazione attiva o passiva, comunque consapevole, di migliaia di ragazzi. Tra il “ragazzo con la pala” e altro folclore i giornali passano giornate a interrogarsi sugli infiltrati e sulla nonviolenza. Ma pochi dicono ciò che è banale: che non è possibile che la politica non dia MAI risposte alle piazze.

2011

Passa un altro anno e si arriva a una data decisa dall’alto, ovvero da fuori: il 15 ottobre 2011 dovrebbe essere infatti un giorno di manifestazioni in tutto il mondo. Non si capisce bene contro o per cosa. Gli indignados spagnoli, che ad alcuni ignoranti estremisti italiani appaiono moderati fricchettoni, hanno individuato il problema nella “democrazia reale”, spogliata negli ultimi anni dalla finanza internazionale e dalle istituzioni (non elettive) che se ne fanno interpreti. Gli “occupy” americani fanno un’analisi simile, anche se indirizzata più direttamente contro la finanza.

In Italia siamo ancora lì: con Berlusconi, il PD, SEL, Rifondazione… la manifestazione (oceanica) di Roma compone di nuovo miracolosamente tutti i pezzi di opposizione, contro il dittatore televisivo, le lotte nel lavoro, quelle studentesche. Ma i politicismi di chi non vuole che quella manifestazione diventi strumento di una pseudosinistra elettorale contro quelli di chi invece la vorrebbe proprio così, distruggono quel corteo, mettendo a fuoco un’intera strada (via Labicana). Dopo quell’atto di deliberata violenza contro la gran parte dei manifestanti, seguirà una serie di ore di guerriglia dentro e fuori piazza San Giovanni, tra caroselli polizieschi e giovani allo sbaraglio con in mano un sampietrino.

Quella giornata doveva fondare qualcosa, non riuscì nemmeno a chiudersi. Nessuno ne uscì bene.

2012

Ed eccoci al 14 novembre 2012. Finalmente, timidamente e parzialmente, il sindacato confederale europeo decide un’iniziativa adeguata al contesto: uno sciopero “sincronizzato” nei paesi più a rischio del continente. In Italia la CGIL aderisce timidamente, CISL e UIL non si sognano nemmeno di partecipare, i COBAS estendono lo sciopero all’intera giornata e USB, vergogosamente, si ritira sdegnata perché la piattaforma non è abbastanza di sinistra.

Comunque le piazze si riempiono, in tutta Italia. A renderle piene - e vive - però non sono tanto i lavoratori, quanto gli studenti, numericamente decisamente maggioritari.

I cortei studenteschi sono “gestiti” per quanto possibile dai soliti gruppi: UdS e Link, Unicommon, Ateneinrivolta. Ma la presa dei gruppi non può che essere parziale, infatti la grandissima parte dei cortei è composta da studenti alla prima prova con la piazza o quasi: studenti delle scuole. Non è un caso: il parlamento sta infatti discutendo (ma pochi ne parlano in tv) dell’ex DDL Aprea, ovvero un progetto di legge per riformare la gestione delle scuole, rendendole più “autonome”. Il rischio - dicono studenti e docenti - è la privatizzazione.

In tutte le piazze d’Italia l’intento degli organizzatori è “classico”. Forzare il percorso prestabilito, girare in corteo a lungo, mimare a un certo punto uno scontro, mettendo in prima fila manifestanti protetti con degli scudi. Quegli scudi da un paio d’anni si dipingono a mo’ di libri: è il book bloc. Le cose vanno più o meno come programmato, con piccoli “incidenti” in quasi tutte le piazze. A fare eccezione sono Torino (dove alcuni ragazzi “esagerano” contro un poliziotto) e poi a Roma, dove il corteo studentesco viene caricato molto violentemente dalla polizia. E chissà che le due eccezioni non siano collegate.
Il resto lo conosciamo: i lacrimogeni dal ministero, le scuse dei poliziotti, i ragazzi arrestati e per ora rilasciati.

Ma - ancora una volta - io sono qui a pormi un’altra questione: riusciranno questi ragazzi, questi movimenti, queste persone che si trovano puntualmente in tantissimi ogni autunno in piazza per poi disperdersi in micromovimenti e su twitter, ad essere rappresentati da qualcuno o qualcosa? A parte i referendum del 2011 infatti, con il governo dei mostri (ovvero quello attuale) che gioca con malati di SLA e esodati come se fossero le “tre carte” con cui raggirare i passanti alla stazione, appare pregiudicata anche la sola speranza che qualcosa possa mai andare per il verso giusto.

In serata, il 14 novembre stesso, la commissione bilancio della camera ha modificato la legge di stabilità in extremis per esonerare le forze dell’ordine dal blocco del turnover. Possibile che nessuno abbia pensato, anche in un’ottica bipartisan à la Giannini, di sbloccare il turnover anche nella scuola, nell’università o nella ricerca, semplicemente come segnale? Possibile che siamo davvero davanti a un tale consesso di mostri? E ancora ci stupiamo della violenza nichilista? Sembra anzi poca, rispetto alle prospettive in campo.

La speranza che rimane è quella di vedere questi anni, questo ciclo, non passati invano. Tanti ragazzi hanno fatto politica, hanno manifestato, organizzato assemblee e dibattiti, hanno discusso. Sono pronti ad affrontare il futuro con qualche strumento critico in più rispetto a chi ha vissuto gli anni del riflusso che negli anni precedenti aveva attanagliato i movimenti. Sono senza futuro, per questo sono forti. Perché il futuro se lo devono costruire pezzo per pezzo. E accanto a loro hanno pochi tra gli adulti, poco il sindacato, per niente i partiti. Hanno i loro omologhi in Spagna, in Portogallo, in Grecia. Insieme a loro, dal 14 novembre, si riparte per il futuro.



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