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Salgalaluna » 2011 » Agosto

il blog di lorenzo cassata

Che fine ha fatto il popolo del referendum

Postato il 13 Agosto 2011 in grassetto da salgalaluna

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“Che fine ha fatto il popolo del referendum?”
Se lo chiede, con un editoriale sull’Unità di ieri, Francesco Cundari.
Com’è possibile che in soli due mesi il popolo che difendeva i beni comuni, oggi si schieri con le privatizzazioni proposte da Tremonti?
La risposta che dà Francesco Cundari è semplice: la rabbia anticasta (creata e cavalcata, paradossalmente, dal governo) ha sviato dalla “vera politica” l’attenzione dei cittadini.

Riporto uno stralcio:
il dibattito sull’esito dei referendum […] è stato soppiantato dal dibattito sui costi della politica e sulle colpe della «casta». Un’offensiva della distrazione guidata non per nulla dal Giornale e da Libero.

E così, dalla contestazione di precise scelte politiche attuate da un preciso governo (il governo Berlusconi), siamo passati alla contestazione della politica e dei partiti senza distinzioni, guidata per giunta proprio da Berlusconi (che del resto sulla favola dell’imprenditore «prestato» alla politica ha sempre giocato). In appena due mesi, la spinta al cambiamento che veniva dal movimento referendario è stata così incanalata contro lo Stato, la battaglia in difesa del ruolo del pubblico è stata letteralmente dirottata in favore delle privatizzazioni e del primato del mercato. Il risultato finale è il dibattito cui assistiamo oggi, in cui sembra quasi che il taglio delle province o del vitalizio dei parlamentari renderebbe accettabili i tagli a pensioni e sanità, alle agevolazioni per i figli a carico, la cancellazione dell’articolo 18 per i lavoratori e via elencando.

A questo ragionamento oppongo il mio.

Sui “giornali”, che Francesco cita come depositari della volontà popolare, non c’è stato alcun dibattito sugli esiti dei referendum, così come non ce n’è stato nessuno prima del voto, sui contenuti. Il miracolo avvenuto il 12 e 13 giugno scorso è che più della metà degli elettori italiani è andata a votare senza che nessuna tv o giornale (tranne rarissime eccezioni)  avesse spiegato le premesse e le conseguenze di quel gesto. Questo è avvenuto perché nel Paese, negli anni, milioni di cittadini (militanti dei centri sociali, della Cgil, dei sindacati di base, dei partiti della cosiddetta “sinistra radicale” e molte volte persino del PD a livello locale, dell’associazionismo laico e cattolico, nel mio piccolo mi ci metto dentro anche io) hanno organizzato e sostenuto banchetti per strada, manifestazioni, collette, una raccolta di firme capillare (prima per una iniziativa di legge popolare, mai discussa dal parlamento, poi per i referendum), assemblee nei luoghi di lavoro, immesso documenti e costruito gruppi su Internet, serate di dibattito in locali pubblici e privati, e così via.

Quello è il “popolo dei referendum”. E quel popolo non è in contraddizione con quello che chiede una riduzione dei costi della politica e grida allo scandalo per alcuni privilegi di ministri e parlamentari. Quel popolo invece non tifa per la privatizzazione tout court di tutto ciò che è pubblico.

Tra i beni comuni, anzi proprio al centro di tutti i beni comuni, c’è lo Stato italiano. E i soldi che lo Stato italiano paga, ad esempio (cito giusto l’ultima notizia onorata dalla cronaca dei giornali, in ritardo di almeno una settimana rispetto a Facebook), alla ditta che fornisce il servizio mensa di Camera e Senato, sono soldi pagati dai cittadini. Sono “beni comuni”. Beni comuni che i parlamentari (in questo caso) “privatizzano” per mangiarsi la carne a 2 euro e il pesce in crosta a 3.

E’ ovvio che Tremonti e Berlusconi giocano con l’antipolitica, ma solo qualche ingenuotto potrebbe credere che le manovre degli ultimi 3 anni siano dettate dall’odio anticasta. Non serve che il “tecnicamente fascista” Travaglio ricordi che Sacconi, Brunetta e Tremonti, i moralizzatori di oggi, erano negli anni ‘80 i principali consiglieri economici di Craxi e del PSI ai tempi della creazione del debito pubblico (e Berlusconi era il suo principale amico imprenditore, destinatario già allora di leggi ad personam), per svelare a quel popolo la demagogia del governo attualmente in carica.

Stiamo infatti assistendo, continuativamente e con accelerazioni improvvise, da quando l’ultimo governo Berlusconi è entrato in carica, a un affastellarsi di provvedimenti che, oltre a tagliare (costringendo enti locali e apparato pubblico a ridurre i servizi al cittadino), distruggono ogni volta un pezzo del sistema esistente di diritti individuali e sociali, particolarmente nel mondo del lavoro.

Contro questi provvedimenti c’è un’opposizione sociale forte, mitigata non tanto dalla “distrazione” dell’antipolitica, quanto dalla criminale complicità di due sindacati nazionali confederali (Cisl e Uil) e dai ritardi con cui la Cgil ha reagito al governo. Ovviamente la “moderata” opposizione ai tagli di salari e diritti dei lavoratori italiani è dovuta anche fortemente alla scarsissima opposizione dei partiti di centrosinistra rappresentati nelle istituzioni. Il PD infatti in questi anni ha oscillato continuamente fra chi si opponeva al pensiero di fondo (di destra) del governo Berlusconi e chi sostanzialmente lo approvava, fatto salvo un diverso approccio tecnico all’idea di fondo.

Cito due esempi eclatanti: la “riforma” Brunetta della Pubblica Amministrazione (tagli di salari e diritti, mascherati da un’ideologia antifannulloni senza alcun contenuto) e la “riforma” Gelmini di scuola e università (tagli pesantissimi di cattedre, finanziamenti e borse di studio, mascherati da un’ideologia “meritocratica” che non trova nessuna applicazione concreta).

Su questi due provvedimenti (in realtà composti da numerosi sotto decreti, leggi e regolamenti) l’opposizione nel Paese si è fatta sentire. In Parlamento e nel “pubblico dibattito” (sui giornali) molto meno. Tanto che il PD ha al suo interno, tra i suoi massimi esponenti, persone (come Pietro Ichino) che hanno contribuito a scrivere e coprire “ideologicamente” le riforme.

Sono solo due esempi, ma si potrebbe parlare delle leggi sull’immigrazione o della posizione del governo rispetto alle scellerate accelerazioni di Marchionne con le new company di Pomigliano e Mirafiori, oppure - da ultimo - la questione della TAV in Val di Susa.

Se allora il “popolo del referendum” si trasforma in soli due mesi in “popolo dell’antipolitica” un motivo ci sarà. Ed è che le due cose non sono in contraddizione. Difendere i beni comuni significa anche - in Italia, oggi - difendere lo Stato dall’illegalità diffusa nella sua classe dirigente, e da un’idea (sostanzialmente comune a destra e sinistra) predatoria della politica. Questa idea infatti, che fu solo qualche anno fa di Padoa Schioppa e oggi è di Tremonti, ma - non fingiamo - anche e soprattutto di Napolitano, sottende il fatto che il Governo e il Parlamento abbiano il solo compito, da 17 anni a questa parte, di tagliare la spesa sociale e di ridurre il potere dei lavoratori, acquisito in decenni di battaglie politiche e sindacali. L’unico obiettivo, condiviso da centrodestra e centrosinistra, appare infatti il “pareggio di bilancio”.

Se negli anni ‘80 lo Stato spendeva creando debito pubblico (e foraggiando un apparato illegale legato ai partiti), ma con un obiettivo di sviluppo del Paese, oggi socializza le perdite, mentre continua a privatizzare i privilegi, senza alcun obiettivo politico, se non quello di peggiorare le condizioni economiche e sociali dei cittadini.

Se i giornali più grandi e i principali partiti continuano a pensare che questo è ciò che serve al paese, l’unica contraddizione è in un sistema politico dove ancora ci sono un finto governo e una finta opposizione. Facessero come in Belgio, dove un governo “facente funzione” ha raggiunto in un anno e mezzo obiettivi di riduzione del debito (e persino un aumento del PIL).

Per conto mio spero invece che quel popolo che due mesi fa ha capito che doveva andare a votare per impedire che almeno l’acqua fosse privatizzata, oggi abbia chiaro che con questo governo non si va da nessuna parte, con questa opposizione nemmeno.
Non si tratta di “antipolitica”, ma della richiesta di una politica nuova, se vogliamo (io lo voglio) compiutamente “di sinistra”. E’ accaduto già in Italia con il Popolo Viola ormai quasi due anni fa, è la stessa cosa che accade in Spagna con il movimento 15M, ma, in modi diversi, sta accadendo nel nord Africa o in Israele.
E’ la richiesta di una politica che si occupi di creare un futuro per le persone, di decidere democraticamente cosa e come agire, che non si limiti all’amministrazione (peraltro dissennata e corrotta) dello Stato.



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