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Salgalaluna » 2010 » Giugno

il blog di lorenzo cassata

94 - Eroi di carta

Postato il 25 Giugno 2010 in letti/riletti da salgalaluna

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Non sono un critico letterario (e, mi pare evidente, nemmeno Dal Lago, autore di Eroi di carta), ma un lettore sì. Qualche libro lo leggo e - tra questi - mi è capitato, qualche anno fa, di leggere Gomorra. E ho letto anche un po’ dei libri che Dal Lago cita nell’ultimo (forse il più approssimativo, ma non il peggiore) capitolo del libretto Eroi di carta, recentemente pubblicato con grande scandalo dalla Manifestolibri.

A parte le imprecisioni contenute nell’”analisi” di Gomorra (documentate fin troppo bene in questo post-fiume su Carmilla), quello che più mi ha colpito è il modo di argomentare del sociologo.

Il procedimento è il seguente. Si cita un passo di Gomorra, Alessandro Dal Lago ne deduce qualcosa (in modo del tutto arbitrario) e la sua deduzione diventa assioma per tutto il resto del saggio.

Ad esempio Dal Lago ritiene che Saviano metta in scena una contrapposizione manichea del Bene contro il Male, citando passi di Gomorra o di interviste allo scrittore napoletano che (a me, ma penso a molti altri) lasciano pensare tutt’altro, e da allora in poi uno dei nuclei della critica a Saviano (e di conseguenza a tutti i suoi “amici”) è il fatto che banalizza la realtà in uno scontro tra “buoni” e “cattivi”. Dal Lago cita un pezzo di Gomorra sui cinesi, in cui non si dice assolutamente “cinesi di merda”, ma da quel punto in poi Saviano è diventato in Eroi di carta lo scrittore dei “cinesi di merda”. E di esempi così ce ne sono in continuazione.
Ho letto Gomorra qualche anno fa, e non voglio citare pezzi a casaccio, ma la sensazione che quel libro mi ha lasciato è proprio il contrario di quanto sostiene Dal Lago. I camorristi, come pure i contrabbandieri cinesi, sono visti nella loro dimensione umana, assolutamente non sono “mostri” (altra parola che Dal Lago deriva da Gomorra perché lui ce l’ha vista dove non c’era). Quella che Saviano rappresenta con innumerevoli esempi è proprio la “banalità del male” che invece Dal Lago nega al libro.
Insomma, prendendo in mano Eroi di carta mi sarei aspettato alcune critiche a Saviano che potevo in qualche modo condividere: l’eccessiva personalizzazione, alcune prese di posizione “ambigue” sul governo, sulla guerra, sulle forze dell’ordine. E queste critiche ci sono, ma il modo in cui Dal Lago le “usa” mi ha fatto solo diventare più vicino a Saviano.

Rimane qualche “errore” di Gomorra anche grave su cui neanche Carmilla ribatte: la “leggenda urbana” dei “cinesi che non muoiono mai” (è vero che la leggenda si inserisce in un contesto, ma è anche l’inizio del libro!), o la narrazione troppo romanzata del funerale di Annalisa, 14 anni. Aspetti di “non verosimiglianza” di Gomorra già “svelati” in passato da altri e meglio di Dal Lago: il primo ad esempio sul sito dell’Associna, il secondo da Matilde Andolfo, quindi riportato nel saggio di 2 anni fa Il corpo e il sangue d’Italia.
Eroi di carta è proprio un “libro contro Saviano”, scritto con l’intento evidente di smitizzarne la figura e, con quella di Saviano, tutta la letteratura italiana contemporanea: in primis quella che si ritiene “New Italian Epic“. Anche qui: le critiche alla teorizzazione di Wu Ming 1 e 2 sarebbero possibili a profusione. Ma Dal Lago dimostra nelle ultime 20 pagine solo di non conoscere nozioni di base (la differenza tra giallo e noir per esempio), e di confondere il gusto personale per la scrittura di un autore (neanche a me piace come scrive Genna, per esempio) con la valutazione politica di un movimento letterario.

Eroi di carta, nel suo piccolo, è (molto più di Gomorra) un’”operazione di marketing”. Un libro scritto a tavolino per creare polemica, prendendo ad obiettivo il fenomeno letterario degli ultimi anni, sperando di trarne un qualche laterale vantaggio in termini di visibilità.

Certo, il costo esorbitante (18 euro per un saggio di 160 pagine scritte pure a carattere grande) potrebbe scoraggiare le masse, ma il target di un libro così non è certo il volgare “popolo”, che compra Gomorra o Tre metri sopra il cielo (libri più volte accostati da Dal Lago per il solo fatto che entrambi hanno venduto molte copie). Il target è quello di qualche decina (o centinaia) di snobisti di sinistra a cui piace molto parlare male di cose “pop” senza averne alcuna competenza.

E mentre Dal Lago e i suoi lettori (tra cui putroppo mi annovero) passano il tempo a dibattere delle pulci di Gomorra e della nuova letteratura italiana che dev’essere altra (con questa aspirazione si conclude il saggio Eroi di Carta) gli italiani troveranno dal parrucchiere l’ultimo numero di Oggi, che contiene più di 10 pagine di “esclusive” foto del “capo” da giovane, accompagnate da una simpaticissima “intervista” in tuta direttamente con lui, il nostro presidente.

E quello che mi viene da concludere è che Dal Lago ha capito male, ma purtroppo non basta.

Gomorra, un caso unico in cui un libro bello e assolutamente non inquadrato nella cultura “berlusconista” (pur essendo pubblicato da Mondadori, che è di Berlusconi), è stato letto in 4 anni meno di quanto il servizio di etica ed estetica fascista di Oggi (pur essendo un periodico RCS) sarà letto in poche settimane. E di “Oggi” ce ne sono tanti. Ed escono tutte le settimane, tutti i giorni, anche domani.

Nuova Panda: 700 milioni di euro, schiavi in mano

Postato il 23 Giugno 2010 in grassetto da salgalaluna

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Riassumo, come sono riuscito a ricostruirla io, la “vicenda Fiat” delle ultime settimane.

La FIAT ha deciso - un anno fa - di chiudere uno dei suoi stabilimenti in Italia (Termini Imerese), per spostare la produzione all’estero (nello stabilimento recentemente acquisito della Zastava di Belgrado).

La divisione della produzione era allora (e dovrebbe essere ancora oggi) questa:

- a Mirafori FIAT Punto, Idea e Multipla + ALFA MiTo e Musa

- a Cassino FIAT Bravo + LANCIA Delta e Croma

- a Sevel FIAT Ducato

- a Pomigliano ALFA 147, 159 e GT

- a Melfi FIAT Grande Punto

- a Termini Imerese LANCIA Ypsilon

- a Tychy (Polonia) FIAT 500 e Panda

- a Tofas (Turchia) FIAT Linea, Qubo, Albea, Palio, Doblò

- in Brasile FIAT Uno e Stilo

- in Argentina FIAT Siena e Palio (dedicata al mercato argentino)

Per questioni organizzative la FIAT non può semplicemente spostare la produzione di Lancia Ypsilon da Termini a Belgrado. Quindi il progetto sarebbe quello di spostare la Ypsilon a Tychy, in Polonia. A quel punto diventa comodo spostare la produzione delle Panda da Tychy a Pomigliano d’Arco.

Da lì il famoso “investimento” della FIAT per Pomigliano, per adeguare uno stabilimento che ad oggi produce solo modelli dell’Alfa Romeo (149, 157 e GT) e che dovrebbe passare a fabbricare Fiat Panda.

In tutto ciò, Marchionne ha minacciato di “chiudere” Pomigliano, se i sindacati non avessero accettato il famoso “accordo” e, dopo il “sì” di Cisl, Uil, Ugl e Fismic (un sindacato nato anni fa da una scissione della Cisl) e il “no” di Fiom e Slai-Cobas, ha organizzato un “referendum” tra i lavoratori di Pomigliano.

Ieri, 22 giugno, operai e impiegati di Pomigliano hanno votato, in un clima di ricatto esplicito, di irrisione e di minaccia vera e propria, con i grandi giornali della Fiat che hanno dimostrato un asservimento totale al Padrone che fa impallidire Feltri e Belpietro, con i “corsi di formazione” organizzati dalla Fiat sul referendum e con una caricatura della marcia dei 40mila di 30 anni fa.

Eppure il 36% dei votanti di Pomigliano (il 40 tra gli operai) ha detto “no” allo scambio tra lavoro e diritti proposto da Marchionne. Nonostante la Fiom rappresenti il 20%, lo Slai Cobas solo il 6 e la CUB ancora meno. E nonostante la Fiom non avesse dato indicazioni di voto e lo Slai Cobas avesse invitato in un primo momento i lavoratori a boicottare il referendum.
Perché Marchionne aveva scelto Pomigliano per saggiare le sue capacità di ricatto? Probabilmente perché, sindacalmente, è la realtà più debole in Italia (e forse anche all’estero, visto quanto scrivono gli operai della fabbrica polacca), quella dove la FIOM è minoritaria e dove persino i “comunisti” sono della Cisl.

Il ricatto è ben riassunto nella scheda preparata dalla FIOM.

E il “piano C” non è altro che un diversivo: Marchionne non ha mai voluto chiudere Pomigliano. E ora, se vuole essere ragionevole, dovrebbe cedere sui punti più assurdi dell’”accordo” e scendere a patti con la FIOM.

Non siamo nel 1980, quando servì un gesto dimostrativo per mostrare che era finita un’epoca. Quell’epoca è già finita da un pezzo: da 30 anni appunto. Ma ricominciare direttamente dall’800 forse è un po’ troppo, nel 2010. E da una “vittoria di Pirro” di Marchionne si può partire per pensare a un altro modello.

Perché poi il punto vero non è la produttività o l’assenteismo. La domanda centrale è: chi comprerà tutte queste macchine?

92 e 93 - La Ministronza e La Ministronza 2

Postato il 15 Giugno 2010 in letti/riletti da salgalaluna

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Il fumetto che ha fatto scandalo, un bel volumetto di satira tutto dedicato a Giorgia Meloni (o Giorgia Mecojoni), la “ministronza” dei gggiovani, ha avuto subito un seguito.
Giorgia Meloni in questa “seconda puntata” diventa quasi simpatica ed alleata con l’autore, e  comunque migliore di tutti gli ipocriti politici e giornalisti che si sono affrettati qualche mese fa ad attaccare Alessio Spataro, fumettista “misogino” e “maschilista”.
Geniale il capitolo centrale, a colori, ambientato nel mondo virtuale di Facebook, con una Petville, in cui l’avatar di Giorgia Meloni riceve le visite solidali di tanti editorialisti di destra e di sinistra, tutti immancabilmente disegnati con le chiappe al posto del viso.
In coda molte vignette di altri autori satirici in solidarietà con Alessio Spataro.

il sito della ministronza

91 - Accanto alla tigre

Postato il 14 Giugno 2010 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

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Tutti quanti hanno un parente, un amico, un conoscente fascista, di destra, dalle opinioni politiche indifendibili. Ma a Lorenzo Pavolini, scrittore, è capitato che questo parente sia suo nonno. E che non sia stato un semplice destrorso, ma Alessandro Pavolini, intellettuale di punta del fascismo dall’inizio, fondatore delle Brigate nere e segretario del partito durante il biennio della RSI.
Il nipote Lorenzo, in questo libro pieno di emozione e sentimento, fa i conti con l’ingombrante figura di questo nonno mai conosciuto, scegliendo di non “cavalcare la tigre” (come consigliano detti orientali), ma di starci accanto, come se fosse il passeggero di destra in macchina.
Lorenzo un po’ vorrebbe evitare quel confronto, un po’ ne è curioso. E le “coincidenze” che lo portano al fianco della tigre, negli anni, sono tante. Non ultima quella di abitare dalle parti di via Merulana, a Roma, ovvero nel bel mezzo del “Triangolo delle Bermuda” del neofascismo odierno, quello che racchiude il “centro sociale” Casa Pound, la sezione di Colle Oppio di Azione Giovani, la libreria Testa di Ferro, il pub Cutty Sark.
E Lorenzo Pavolini ha un po’ di ammirazione, almeno per l’aspetto grafico, per i manifesti che Casa Pound produce e diffonde nel quartiere. Ma poi non ha il coraggio di entrarci, nello stabile “occupato” di via Napoleone III. E quando vede una scritta sul muro “Pavolini eroe”, ha un moto di spavento, e teme che arrivino i nuovi squadristi a picchiarlo.
Insomma, il libro è un continuo ragionamento dell’autore su come convivere con la “tigre” e come affrontare la memoria di un personaggio così. E’ un ragionamento che, si vede, è stato scritto a poco a poco, in diversi momenti, in tempi distanti. Ma - devo dirlo - un po’ è inconcludente e per i miei gusti troppo lirico-estetico nella scrittura, in questo ricordando un poco, senza esserne del tutto consapevole, lo stile degli scritti del nonno romanziere e squadrista superfascista, Alessandro Pavolini.

90 - Katanga che sorpresa!

Postato il 9 Giugno 2010 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

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Katanga è un anonimo ex sessantottino, poi professionista in carriera.

In questo romanzo (scritto nel ‘98) ricorda episodi a sprazzi degli anni della ribellione a Milano, usando nomi fittizi o soprannomi per tutti i suoi ex compagni e anche per gran parte degli avversari.

Molto autoreferenziale, si riconoscono alcuni dei personaggi, ma quello che ne viene fuori non è nulla di sconvolgente, anzi abbastanza sconfortante.

Quando arrivano infatti le considerazioni sullo stato delle cose presenti si entra nel campo dei luoghi comuni più triti degli ex sessantottini, ovvero di quanto sia stata “unica” e bellissima la loro “meglio gioventù” e prima e dopo di loro tutto sia di minore importanza.

E invece proprio dai racconti di “Katanga che sorpresa” esce un quadro fatto di ragazzi che fecero un sacco di errori e che avevano posizioni politiche per molti versi - a posteriori - ridicole. La loro gioventù non fu per niente la “meglio” di tutte, solo quella più in grado di creare un’autonarrazione molto ma molto potente e resistente. E questo libro, pur dichiaratemente “anticonvenzionale” (non contiene interventi di Mario Capanna, com’è specificato in copertina) rientra appieno (purtroppo) nella memorialistica “generazionale” di questo tipo.

link: Vestivano alla katanghese (dal corriere, 1998)

89 - Confessione

Postato il 9 Giugno 2010 in letti/riletti da salgalaluna

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In questo romanzo, il secondo che leggo di Bill James, si vede, ancora di più che nel precedente “Protezione”, la capacità dello scrittore di costruire “polifonie” di caratteri.

Quello che interessa a James è vedere un evento, un contesto, soprattutto se di gruppo (una festa, un omicidio, un pedinamento), da più punti di vista.

Ancora più che in “Protezione” mancano i “protagonisti” e, oltre alle complesse figure di Colin Harpur e del vice Attendente Capo Desmond Iles, spicca quella di Sarah Iles, tormentata e instabile innamorata in continua lotta con i suoi stessi pregiudizi.
Assolutamente consigliato.

In pensione a 18 anni

Postato il 8 Giugno 2010 in grassetto, my generation, numeri da salgalaluna

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Quante cazzate si leggono sui giornali in questi giorni, che prendono per buone le idiozie di Sacconi.

Sacconi sostiene che l’”Europa” obbliga l’Italia a innalzare l’età minima per andare in pensione dal 1° gennaio 2012 per le donne che lavorano nella Pubblica Amministrazione.

La sentenza a cui fa riferimento Sacconi risale al 13 novembre 2008. E’ questa, scaricatela e leggetela, non è lunga né difficile da capire (grazie ad Andrea per il supporto con Gogol). Ecco la conclusione:
“la Corte (Quarta Sezione) dichiara e statuisce:
1) Mantenendo in vigore una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi di cui all’art. 141 CE.
2) La Repubblica italiana è condannata alle spese”. 

La sentenza dice che c’è una discriminazione nella legislazione italiana, perché prevede differenti età minime per andare in pensione per gli uomini e le donne, con riferimento all’Inpdap, ovvero alla Pubblica amministrazione.

La discriminazione non è nei confronti delle donne, ma degli uomini.

Per rispettare la sentenza (a invarianza di spesa pensionistica) ci sono molti modi: per esempio parificare l’età minima a un’età intermedia (62 anni e mezzo?), oppure stabilire un’età inferiore ma uguale per entrambi i sessi (60 anni?) e poi introdurre disincentivi forti per chi vuole andare in pensione prima di una certa età. Oppure lasciare che la gente vada direttamente in pensione quando vuole (anche a 18 anni), come dovrebbe essere in un sistema realmente “liberale”, ovviamente con una pensione proporzionata agli anni lavorati.

Ma no, secondo Sacconi (e secondo quasi tutti i giornali che gli vanno dietro da anni) “purtroppo” l’Unione Europea “obbliga” l’Italia a innalzare improvvisamente a 65 anni l’età pensionabile per le donne statali.

E già due anni fa il governo fece una legge che prevedeva questo, ma stabilendo un passaggio graduale alla “parificazione” fino al gennaio 2018. Nella manovra economica approvata pochi giorni fa già di nuovo il governo aveva accelerato questo processo, anticipando il definitivo appaiamento al primo gennaio 2016. Ora vogliono anticipare ancora questa mannaia al 1° gennaio 2012.

L’effetto di questo eventuale (ma ormai considerato ineluttabile come “la pioggia”, usando le parole di Sacconi) provvedimento sarebbe un enorme aumento di richieste di pensionamento delle donne statali, come peraltro di tutti quelli che hanno ad oggi il diritto di farlo, visto che tra gli effetti “nascosti” dei rinvii e dei calcoli sul Tfr della manovra appena varata (e che ora è in parlamento per essere convertita in legge) c’è un aumento nemmeno troppo graduale dell’età minima pensionabile per tutti fino a 70 anni.

(la vignetta è tratta dal sito del Pdci di Milena)



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