Emma Marcegaglia, nuovo capo degli imprenditori italiani, ieri ha detto, fra le altre cose, parlando dei nuovi modelli di flexicurity da adottare in Italia:
‘’non e’ il posto di lavoro che deve essere garantito, ma un reddito e una formazione adeguati, come accade nei paesi con sistemi di sicurezza sociale piu’ moderni e attivi‘’.
Una frase, da un certo punto di vista, molto condivisibile, ma oggi sul manifesto, l’editoriale di Guglielmo Ragozzino che commenta l’assemblea di Confindustria di ieri si conclude così:
“L’impresa è tutto, nel pensiero di Marcegaglia; e gli altri, i lavoratori, contano poco. Non devono gravare a vita sulla vita dell’impresa. E basta contratti nazionali. I lavoratori vanno affidati alla flexsecurity, cioè a mezzadria con lo stato che ne assume il sostentamento nei periodi di estromissione dall’impresa. E qui il problema si pone: perché i padroni sì e gli altri no? Perché qualcuno ha l’impresa - o eredita l’impresa - e gli altri si accontenteranno di flexsecurity? Non finirà per rinascere, per altri 150 anni, la lotta di classe appena sconfitta?”
Perché hanno entrambi (quasi) ragione? Perché flexicurity (o flexsecurity) è una parola ambigua.
Se la flexicurity è uno strumento per le aziende di licenziare a piacimento (tanto c’è lo Stato che si sobbarca tutti i costi delle crisi produttive e dei lavoratori eventualemente considerati fuori mercato), come probabilmente intende Emma Marcegaglia, si tratta effettivamente di un imbarbarimento delle già misere condizioni in cui si trova oggi il lavoro in Italia.
Se invece per flexicurity si intende l’estensione di diritti ai lavoratori “atipici” o “autonomi di seconda generazione” e quindi che un lavoratore può licenziarsi a piacimento (tanto c’è lo Stato che si sobbarca i costi della libertà del lavoratore di cambiare lavoro), allora si tratta di un enorme progresso.
Il problema che io vedo è che, se la Marcegaglia almeno un’idea (probabilmente non condivisibile, proprio perché “di parte”) su questo (che comunque è il punto centrale della Politica sul lavoro) ce l’ha, dall’altra parte Il Manifesto (e tutta la sinistra) non ne hanno la minima idea.
Intanto, in Gran Bretagna, mentre qua si chiacchiera, 1 milione e 400mila lavoratori a termine e interinali hanno conquistato gli stessi diritti dei lavoratori a tempo indeterminato.
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