I grandi rifiuti
Sulla questione legata ai rifiuti e in particolare a quello che è accaduto e ancora sta accadendo in Campania, vi propongo un messaggio e alcuni utilissimi documenti, inviatimi da un amico, che ha cercato di seguire la vicenda:
Ho conservato una serie di articoli e documenti vari che ho trovato sulla rete. Per alcuni c’è il link, per altri non ho tenuto neanche l’autore. Partono dalla primavera dell’anno scorso e arrivano fino ai primi di gennaio. Molte questioni sono anche ripetute ma purtroppo non sono riuscito a fare una selezione o un riepilogo della vicenda cominciata 14 (quattordici!) anni fa con il commissariamento della gestione dei rifiuti in campania. E forse è anche meglio così, perchè leggendo e rileggendo anche le stesse cose proverete il disgusto che ho provato io per una storia che va avanti da troppo tempo con conseguenze disastrose. E’ un disastro per l’ambiente, della politica e di un paese che si definisce civile. E’ un disastro per la salute della gente: troppi aumenti di morti per cancro e addirittura un livello di malformazioni alla nascita superiore all’80% della media nazionale (i dati che troverete nei vari articoli sono quasi tutti presi da un lavoro dell’OMS che vi allego anche se statisticamente molto tosto). Trovate un momento per farlo e leggete, leggete tutto, provate anche a cercare video su youtube (soprattutto la presentazione del film documentario “biutiful cauntri”), che vi mostreranno in modo ancora più diretto quello sta succedendo da quelle parti. Insisto perchè forse molti di voi non sanno o si sono fatti una propria idea su questa situazione (a qualcuno è sembrata strana la coincidenza dell’acuirsi dell’emergenza in seguito all’interessamento di Repubblica come se ci fossero interessi di palazzo nel crearla). Io questo non lo so, le strumentazioni mediatiche e politiche proliferano sicuramente, ma a questo punto neanche mi interessa perchè le discariche per tutta la Campania ci sono e sono vere, i decessi per tumore e la speranza di vita più bassa d’italia sono dati veri, raccolti di frutta e ortaggi avvelenati e animali morti sono all’ordine del giorno. Come ho detto gli articoli cominciano dalla primavera scorsa, ma bene o male si riesce a capire cosa è successo precedentemente. Li ho trovati tra i siti di indymedia napoli, global project, attac italia, quotidiani vari e blog sconosciuti, ma ho letto tante altre cose e vi posso dire che il materiale è sufficientemente attendibile, nel senso che ci sono riscontri sufficienti per avere un’idea della gravità della situazione. C’è un’ultima cosa che mi preme sottolineare: l’assenza di quel movimento fatto di associazioni e gruppi di tutta Italia che in altre circostanze si è mosso in maniera molto più incisiva e visibile. Come se la questione riguardasse solo la Campania e i “napoletani”. Come se l’essere appunto napoletani fosse parte del problema come essere cammorristi. Ma mi chiedo se questo sia motivo per lasciare che la questione se la risolvano da soli. Mi chiedo se per esempio i movimenti notav o nodalmolin (che hanno riscosso decisamente maggior solidarietà e partecipazione a livello nazionale) abbiano più senso di esistere rispetto al problema dei rifiuti in Campania (Campania, Campania…maledetto federalismo pure!). Non credo che stia facendo del vittimismo: provate a pensare anche voi a come vi siete sempre posti rispetto all’immagine di Napoli invasa dai rifiuti. E’ stato quasi sempre “normale”! Il punto forse è che purtroppo è “normale” anche per i napoletani stessi! Sono i napoletani stessi che si lasciano soli, in una specie di autorazzismo, come diceva qualcuno da qualche parte sulla rete. rino



Birmingham, seconda metà degli anni ‘70. Un trio di amici (o forse sono quattro? o cinque?) si trovano a condividere passioni, amori, musica, scoperta della politica. Si innamorano della musica progressive (e poi del punk) e di Cicely, la bella della scuola, vedono lottare il prepotente Culpepper con il nero Steve per il primato del miglior sportivo, guardano i genitori. Il tutto in un periodo in cui tutto sta per cambiare. Con la fine degli anni ‘70 finirà la scuola e ognuno prenderà la sua strada, mentre l’Inghilterra entrerà negli anni ‘80 con la vittoria della Thatcher e la sconfitta dei sindacati.
In anticipo di qualche mese sull’inizio delle celebrazioni oramai in corso per il quarantennale della “rivolta” del 1968, era uscito questo pamphlet corrosivo, a firma di Alessandro Bertante, spirito polemico del giornalismo milanese. Il libro non parla della storia di quegli anni, si limita ad interpretare, tagliando con l’accetta, il periodo e a denigrare ‘68 e sessantottini. Il libro, con argomentazioni semplici (e spesso semplicistiche) fa un’operazione apparentemente facile, in realtà difficilissima: demolire quella “meglio gioventù” che occupa la comunicazione e la memoria in Italia, quella generazione di sessantottini, i “padri” di Bertante e miei, che da decenni riscrivono la storia, per continuare ad autoglorificarsi come unica e irripetibile generazione di puri rivoluzionari. I sessantottini pensano, scrivono e dicono che il ‘68 è stata l’unica rivolta bella, pulita nonviolenta. Dopo di loro, il nulla: il terrorismo, la violenza, il riflusso, la droga, la generazione X, i bamboccioni. Poco importa che la generazione mia (e di Bertante) abbia fatto, faccia, studi, ricerchi, viaggi e abbia un bagaglio di esperienze che i sessantottini si sognano in mille campi. Loro hanno già fatto tutto, tu puoi solo imitarli, sempre in forma di parodia. Questo pamphlet è scritto in modo rozzo e tratta la storia a sforbiciate, ma è necessario: per ripartire, per liberarsi di loro. Capirli li capiamo bene, ci hanno raccontato la loro storia centinaia di volte. Sono casomai loro che non capiscono noi. Ma questo è solo uno dei tanti motivi per archiviarli: il ‘68 e i sessantottini. Definitivamente.
E’ un filmetto di quelli che fanno i fratelli Farrelly (quelli di “Tutti pazzi per Mery”), di qualche anno fa ormai (2000). La trama è come al solito sconclusionata. Charlie (Jim Carrey), poliziotto di provincia, da quando la moglie lo lascia per un nano nero, diventa inerte a qualsiasi sensazione e si lascia prendere in giro dall’intera cittadina, finché non scoppia e diventa schizofrenico. Quando non prende le pillole infatti si trasforma in Frank: aggressivo e stronzissimo.
Quando, un mesetto fa, sono stato un paio di giorni nel nord della Spagna, a un certo punto mi sono trovato a dover partire per un viaggio di oltre tre ore in pullman senza nulla da leggere. E’ così che ho rovistato - nei minuti prima di partire - l’edicola della stazione di Santandér alla ricerca di un libro. Nella fretta ho scorto un libro dal titolo fico: “Bea, una becaria en Marte”, ovvero “Bea, una stagista su Marte” e ho pensato: “questi spagnoli sono troppo avanti, sono già arrivati alla fantascienza precaria!”, e l’ho comprato al volo. Sul pullman, dopo poche pagine, ho capito la sòla che avevo preso. Il libro non è un racconto ambientato sul pianeta rosso, ma un diario di vita inventato del personaggio “Bea”, interpretato da Carlos Latre nel programma tv “Cronicas marcianas”, l’analogo di “Cronache marziane” in Italia. Ho comunque letto il libro e l’altra sera ho avuto anche la forza di finirlo. L’unica cosa interessante è vedere come l’immaginario sia un po’ lo stesso di quello italiano: Bea, una stagista del programma tv, è arrivata lì grazie a una raccomandazione, il padre è un dirigente della catena televisiva.
Walter Veltroni è oggi - oltre che un leader politico - un genere letterario. Le librerie si affollano di libri di Veltroni e su Veltroni. L’ultimo uscito, che aspira anche ad essere il più completo, è “Veltroni il piccolo principe”, edito da Sperling & Kupfer e scritto da tre bravi giovani giornalisti.