30 settembre: perché stavolta no
Per oggi è stata convocata una manifestazione nazionale “no war” a Roma. Non ci andrò.
E non per quello che scrive Bernocchi. Non perché non aderisce il “mio” partito o sindacato di riferimento. Non perché fra i promotori stavolta non c’è l’Arci né ci sono le Acli. Ho partecipato a (tante) manifestazioni senza che queste organizzazioni le organizzassero e promuovessero.
Non ci andrò perché trovo puerile quello che c’è scritto nella piattaforma. Si chiede il ritiro dei militari italiani “da tutti i teatri di guerra” e si afferma la netta contrarietà alla missione militare italiana in Libano.
Nella “missione” UNIFIL in Libano io vedo un grande rischio: quello che risulti una missione inefficace.
Ma perché bisogna - a priori - essere contro una spedizione militare concordata con tutti gli “attori” del “teatro” del conflitto (Israele, Libano, Hezbollah, palestinesi).
Questa missione può rappresentare (e già in parte rappresenta) una novità. Non è una missione comandata dagli Stati Uniti. Non è una missione di invasione. Non mira a rovesciare governi o ad “esportare democrazia”. Fa interposizione. Controlla. Neanche questo va bene? E’ impossibile, se non accecati dal furore ideologico che contraddistingue alcune organizzazioni, sostenere che non bisogna mandare truppe in un posto dove tutti le chiedono.Il movimento pacifista avrebbe dovuto concentrarsi sui “ritiri” necessari in questo momento: dall’Iraq, dall’Afghanistan. E in questo vedo la responsabilità di quelle forze che - vicine al governo e alla “realpolitik” - hanno rinunciato a fare i pacifisti, lasciando che le piazze siano egemonizzate da forze ambigue.





divorziato (coll’assenso della Sacra Rota, ovviamente), Bossi è divorziato, Calderoli altrettanto.