Riassumo, come sono riuscito a ricostruirla io, la “vicenda Fiat” delle ultime settimane.
La FIAT ha deciso - un anno fa - di chiudere uno dei suoi stabilimenti in Italia (Termini Imerese), per spostare la produzione all’estero (nello stabilimento recentemente acquisito della Zastava di Belgrado).
La divisione della produzione era allora (e dovrebbe essere ancora oggi) questa:
- a Mirafori FIAT Punto, Idea e Multipla + ALFA MiTo e Musa
- a Cassino FIAT Bravo + LANCIA Delta e Croma
- a Sevel FIAT Ducato
- a Pomigliano ALFA 147, 159 e GT
- a Melfi FIAT Grande Punto
- a Termini Imerese LANCIA Ypsilon
- a Tychy (Polonia) FIAT 500 e Panda
- a Tofas (Turchia) FIAT Linea, Qubo, Albea, Palio, Doblò
- in Brasile FIAT Uno e Stilo
- in Argentina FIAT Siena e Palio (dedicata al mercato argentino)
Per questioni organizzative la FIAT non può semplicemente spostare la produzione di Lancia Ypsilon da Termini a Belgrado. Quindi il progetto sarebbe quello di spostare la Ypsilon a Tychy, in Polonia. A quel punto diventa comodo spostare la produzione delle Panda da Tychy a Pomigliano d’Arco.
Da lì il famoso “investimento” della FIAT per Pomigliano, per adeguare uno stabilimento che ad oggi produce solo modelli dell’Alfa Romeo (149, 157 e GT) e che dovrebbe passare a fabbricare Fiat Panda.
In tutto ciò, Marchionne ha minacciato di “chiudere” Pomigliano, se i sindacati non avessero accettato il famoso “accordo” e, dopo il “sì” di Cisl, Uil, Ugl e Fismic (un sindacato nato anni fa da una scissione della Cisl) e il “no” di Fiom e Slai-Cobas, ha organizzato un “referendum” tra i lavoratori di Pomigliano.
Ieri, 22 giugno, operai e impiegati di Pomigliano hanno votato, in un clima di ricatto esplicito, di irrisione e di minaccia vera e propria, con i grandi giornali della Fiat che hanno dimostrato un asservimento totale al Padrone che fa impallidire Feltri e Belpietro, con i “corsi di formazione” organizzati dalla Fiat sul referendum e con una caricatura della marcia dei 40mila di 30 anni fa.
Eppure il 36% dei votanti di Pomigliano (il 40 tra gli operai) ha detto “no” allo scambio tra lavoro e diritti proposto da Marchionne. Nonostante la Fiom rappresenti il 20%, lo Slai Cobas solo il 6 e la CUB ancora meno. E nonostante la Fiom non avesse dato indicazioni di voto e lo Slai Cobas avesse invitato in un primo momento i lavoratori a boicottare il referendum.
Perché Marchionne aveva scelto Pomigliano per saggiare le sue capacità di ricatto? Probabilmente perché, sindacalmente, è la realtà più debole in Italia (e forse anche all’estero, visto quanto scrivono gli operai della fabbrica polacca), quella dove la FIOM è minoritaria e dove persino i “comunisti” sono della Cisl.
Il ricatto è ben riassunto nella scheda preparata dalla FIOM.
E il “piano C” non è altro che un diversivo: Marchionne non ha mai voluto chiudere Pomigliano. E ora, se vuole essere ragionevole, dovrebbe cedere sui punti più assurdi dell’”accordo” e scendere a patti con la FIOM.
Non siamo nel 1980, quando servì un gesto dimostrativo per mostrare che era finita un’epoca. Quell’epoca è già finita da un pezzo: da 30 anni appunto. Ma ricominciare direttamente dall’800 forse è un po’ troppo, nel 2010. E da una “vittoria di Pirro” di Marchionne si può partire per pensare a un altro modello.
Perché poi il punto vero non è la produttività o l’assenteismo. La domanda centrale è: chi comprerà tutte queste macchine?