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il blog di lorenzo cassata

Tutta la sinistra che c’è in Italia - parte III (le liste e i programmi)

Postato il 30 Gennaio 2018 in grassetto da salgalaluna

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Nello scorso weekend le varie liste hanno depositato nelle corti d’appello di tutta Italia i candidati e le firme (necessarie per i partiti “nuovi”).

Ecco il quadro delle liste che troverete sulla scheda il 4 marzo, e i link all’elenco di tutti i candidati e dei programmi, dove disponibili.

Insieme

Sarà una lista collegata al PD, come +Europa (Radicali e Centro Democratico di Tabacci) e Civica e Popolare (capeggiata da Beatrice Lorenzin)

I candidati di Insieme

Il programma di Insieme

Liberi e Uguali

Tutti i candidati di Liberi e Uguali

Il programma di Liberi e Uguali

Potere al Popolo

Tutti i candidati di Potere al Popolo

Il programma di Potere al Popolo

Sinistra Rivoluzionaria

SR ha presentato le liste per Camera e Senato in Lombardia (per la Camera 1, 2 e 4), Veneto (solo Senato), Friuli – Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche (solo Senato), Lazio 1 e Lazio 2, Abruzzo (solo Senato), Campania 1 e Campania 2, Basilicata e Calabria.

Il programma di Sinistra Rivoluzionaria

Partito Comunista

Il PC ha presentato le liste per Camera e Senato in 16 regioni su 20. Non sarà presente in Val d’Aosta, Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giuli.

Lista del popolo - la mossa del cavallo

Il movimento fondato da Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia ha presentato le liste in “metà delle regioni italiane”.

Il programma della “Lista del Popolo”

Aggiungo altri link supplementari:

I candidati del movimento 5 stelle - liste plurinominali

I candidati del movimento 5 stelle - collegi uninominali

I candidati del Partito Democratico

Il programma di +Europa

I candidati di +Europa

Tutta la sinistra che c’è in Italia - primo aggiornamento

Postato il 14 Dicembre 2017 in grassetto da salgalaluna

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Tre settimane dopo il primo tentativo di elencare, in vista delle prossime elezioni politiche, il quadro delle alleanze e delle possibile liste “a sinistra del PD”, ritorno ad affrontare l’argomento aggiornando i dati dopo quanto successo negli scorsi giorni.

Insieme

E’ la lista alleata al PD, nella quale confluiranno Verdi e PSI più l’”Area civica” (il prodiano Giulio Santagata). Hanno dato forfait Campo progressista e il Centro democratico. L’Italia dei valori potrebbe correre con la lista “centrista” di Cicchitto, Lorenzin e Casini. I radicali dovrebbero comporre un’ulteriore lista, chiamata “+Europa”.

Liberi e uguali

Articolo 1 - MDP, Sinistra Italiana e Possibile correranno insieme nella lista “Liberi e uguali”, come capo politico hanno scelto Pietro Grasso.

Potere al popolo

Non è ancora un logo ufficiale, né il nome è definitivo, ma dovrebbero correre sotto lo stesso simbolo PRC, PCI, Sinistra Anticapitalista, L’Altra Europa con Tsipras e EUROSTOP. Dopo un mese di assemblee in tutta Italia è previsto un nuovo appuntamento nazionale, domenica 17 dicembre a Roma, al Teatro Ambra Jovinelli.

Sinistra rivoluzionaria

E’ la lista presentata da PCL e e SCR.

Partito Comunista (PC)

Il PC ha annunciato che si presenterà con il proprio simbolo alle elezioni.

Sembrano fuori dalla competizione politica:
- Campo progressista, in via di dissoluzione
- L’Alleanza Popolare per la Democrazia e l’Uguaglianza, ovvero Tommaso Montanari e Anna Falcone
- L’Italia in comune, nuova formazione “dei sindaci”, presentata a inizio dicembre, lanciata da Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri
- DeMA, il movimento guidato dal sindaco di Napoli De Magistris
- DieM25, il movimento europeo, che ha già un’alleanza con DeMA per le elezioni europee del 2019
- Senso comune, il gruppo intellettuale “populista”
- Il PDAC, partito trotzkista
- I CARC, di area marxista-leninista
- La mossa del cavallo, il movimento di Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia, nominato dai giornali solo per un attacco di quest’ultimo a Pietro Grasso.

CONCLUSIONI

Ci dovrebbero essere 4 liste di “sinistra”, se riusciranno a raccogliere le firme necessarie (nella legge di bilancio è stato approvato un emendamento per ridurne il numero):
1 - la lista autonoma “Liberi e uguali” con MDP, SI e Possibile
2 - una lista del popolo / “comunista”, comprendente il centro sociale Je So Pazzo PRC, PCI, SA e probabilmente L’Altra Europa con Tsipras e “Eurostop”
3 - una lista trotzkista “Sinistra rivoluzionaria”, comprendente Partito comunista dei lavoratori e Sinistra Classe Rivoluzione
4 - una lista stalinista del PC di Marco Rizzo.

A queste si aggiungeranno 2 liste, probabilmente alleate del PD:
1 - la lista “Insieme”, comprendente probabilmente Verdi e PSI
2 - la lista “+Europa”, dei Radicali Italiani

Tutta la sinistra che c’è in Italia

Postato il 21 Novembre 2017 in grassetto, segnalazioni da salgalaluna

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Siccome molti si sono persi, provo con questo post a ricapitolare la situazione di partiti, sigle e movimenti di “sinistra” che oggi esistono (o almeno si presume che esistano), a qualche mese dalle elezioni politiche, alle quali certamente una parte di questi gruppi concorreranno.

Campo progressista (CP)

CP è un movimento fondato l’11 marzo 2017 con un’assemblea al Teatro Brancaccio di Roma, il cui leader è l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia.
Fanno parte di questo “campo” Bruno Tabacci (ex assessore della giunta Pisapia e leader di “Centro democratico”), Massimiliano Smeriglio (attualmente vicepresidente della Regione Lazio e già esponente di SEL), Marco Furfaro (ex esponente di SEL), Alessandro Capelli (portavoce di Campo progressista, già delegato alle politiche giovanili del sindaco di Milano Giuliano Pisapia).
Potrebbe alternativamente partecipare alle elezioni in una lista coalizzata con il PD (ad oggi l’ipotesi più probabile) o all’interno di una lista unitaria e autonoma con MDP, SI e Possibile.

Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressita (MDP)

MDP è un partito fondato il 25 febbraio 2017, unendo alcuni scissionisti del Partito Democratico con un gruppo di esponenti di Sinistra Ecologia e Libertà che si sono rifiutati di confluire nel nuovo soggetto “Sinistra Italiana”.
I principali esponenti sono: Pierluigi Bersani (ex segretario del PD), Massimo D’Alema (già segretario del PDS e presidente del consiglio), Roberto Speranza (ex capogruppo del PD alla Camera), Enrico Rossi (presidente della regione Toscana), Arturo Scotto (già capogruppo di SEL alla Camera), Alfredo D’Attorre (deputato eletto nel PD, da cui è uscito nel novembre 2015), Guglielmo Epifani (già leader della CGIL), Miguel Gotor (senatore eletto con il PD), Claudio Fava (già esponente della Rete, del PDS, di SEL, di Led, quindi candidato il 5 novembre alla presidenza della Sicilia e eletto deputato regionale).
MDP ha avviato a giugno una fase un “apparentamento” con CP, partecipando alla manifestazione “Insieme” il 1° luglio 2017. Le strade si sono quindi divaricate, e MDP ha iniziato un processo di convergenza con SI e Possibile.
Probabilmente MDP si presenterà alle elezioni nella lista unitaria con SI e Possibile.

Verdi

I Verdi sono attualmente guidati - dopo varie scissioni e ricomposizioni - da Angelo Bonelli.
Questo partito con grande probabilità confluirà in una lista di “sinistra” alleata al PD, insieme a socialisti e radicali italiani, forse anche con CP.

Green Italia

Movimento fondato nel 2013. I principali esponenti sono Monica Frassoni (già esponente dei verdi), Fabio Granata (già militante del MSI, di AN e di FLI), Roberto Della Seta (già presidente di Legambiente e senatore del PD fino al 2013) Ely Schlein (deputata europea di Possibile, eletta nelle liste del PD). La portavoce attuale è Annalisa Corrado, che è anche esponente di Possibile.
Green Italia non dovrebbe quindi presentarsi autonomamente alle elezioni.

Italia dei valori (IDV)

L’Italia dei valori, già partito personale dell’ex magistrato Antonio Di Pietro, è coordinato da alcuni anni da Ignazio Messina e attualmente al partito fanno riferimento tre senatori, tutti eletti inizialmente con il Movimento 5 Stelle. Di Pietro è fuoriuscito dal partito nell’ottobre 2014 ed è attualmente considerato vicino ad Articolo 1 - MDP.
L’Italia dei valori dovrebbe presentare i suoi candidati nella lista in coalizione con il PD insieme a socialisti e verdi, forse con CP.
Alcuni dirigenti dell’IDV si sono negli ultimi giorni dissociati dalla linea del partito e si sono avvicinati a MDP.

Possibile

Formazione politica nata nel 2015 intorno alla figura di Giuseppe Civati, fuoriuscito dal PD. Ha 4 deputati e 1 eurodeputata.
Sta lavorando a una lista unitaria di sinistra, in particolare con MDP e SI.

Sinistra Italiana (SI)

Sinistra Italiana, già nata come secondo nome del gruppo parlamentare di SEL nel 2016, si costituisce come partito il 26 febbraio 2017, con il congresso di Rimini. Nel partito confluiscono la maggioranza di SEL e alcuni esponenti del PD, usciti nei mesi precedenti. Tra questi Stefano Fassina e Corradino Mineo. In SI è confluito anche il movimento giovanile ACT. Ha un gruppo unito in parlamento con i “civatiani” di Possibile.
Il segretario è Nicola Fratoianni.
SI da alcuni mesi ha attivato un confronto serrato con MDP e Possibile che dovrebbe portare a una lista unitaria alle politiche, autonoma dal PD.

Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza (APDU)

Associazione politica fondata dallo storico dell’arte Tomaso Montanari e dall’avvocata Anna Falcone nel 2017. Dopo l’assemblea organizzata il 18 giugno al teatro Brancaccio di Roma, che doveva avere un seguito con una nuova convocazione a Roma il 18 novembre, che seguiva le “100 assemblee” nei territori, i due promotori hanno deciso di annullare l’appuntamento perché non c’erano più le condizioni per una lista unitaria innovativa.

Potere al popolo

“Organizzazione” nata dall’iniziativa del centro sociale napoletano “Je So Pazzo”, che ha convocato un’assemblea a Roma dopo la disdetta di quella promossa da “Alternativa per la democrazia e l’uguaglianza”.
All’assemblea del 18 novembre al Teatro Italia hanno partecipato il PRC, il PCI, SA, EUROSTOP, i Clash City Workers, la sociologa Marta Fana, la giornalista Francesca Fornario.

L’Altra Europa con Tsipras

Residuo della lista unitaria presentata alle elezioni europee del 2014. Rimangono a parlare a nome di questa associazione alcuni intellettuali, tra cui Marco Revelli. E’ quasi sempre d’accordo con le posizioni del PRC.

Partito della Rifondazione Comunista (PRC)

Il PRC, dopo varie scissioni, è oggi guidato da Maurizio Acerbo, che all’ultimo Congresso, nell’aprile di quest’anno è stato eletto con una maggioranza molto ampia (71,5%). Nel 2015 gli iscritti erano 16mila.
Ha partecipato all’assemblea di giugno al Teatro Brancaccio a Roma, ha appoggiato la coalizione di sinistra in Sicilia che ha sostenuto la candidatura di Claudio Fava con la lista civica “Centopassi”.
Non ha siglato il “patto” fra MDP, Possibile e SI, ma si mantiene possibilista sulla lista unitaria.
Il 18 novembre ha partecipato all’assemblea al teatro Italia a Roma indetta dal centro sociale napoletano ex Opg “Je so’ pazzo”.

Sinistra anticapitalista (SA)

Partito fondato nel 2013, derivato da “Sinistra critica”, già corrente interna di Rifondazione comunista. SA ha come principali esponenti Franco Turigliatto (già senatore del PRC) e Eliana Como, attualmente “leader” della corrente di minoranza della CGIL “Il sindacato è un’altra cosa”.
Di ispirazione trotzkista, ha aperto un dialogo per una lista comune alle prossime elezioni con altri due gruppi politici trotzkisti: il PCL di Marco Ferrando e Sinistra Classe Rivoluzione, a partire dai militanti dei diversi gruppi che lavorano insieme nella minoranza della CGIL. SA è intervenuta all’assemblea del 18 novembre al Teatro Italia a Roma.

Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)

Partito fondato nel 2006 per scissione da Rifondazione Comunista (parte della corrente “Progetto comunista”), guidato da Marco Ferrando. Di ispirazione trotzkista, sta recentemente tentando un accordo elettorale con SA e SCR.
All’ultimo congresso, in aprile, si è formata una minoranza interna: la Frazione internazionalista rivoluzionaria (FIR).

Sinistra Classe Rivoluzione (SCR)

Partito fondato nel 2016 da una scissione di Rifondazione comunista. Ne fa parte la corrente che si chiamava “FalceMartello”, di ispirazione trotzkista (Tendenza Marxista Internazionale di Alan Woods). I principali esponenti sono Claudio Bellotti e Alessandro Giardiello. Militano nell’opposizione interna alla CGIL (”Il sindacato è un’altra cosa”). Sta lavorando insieme al PCL e a SA per presentare una lista comune alle prossime elezioni politiche del 2018.

Partito di alternativa comunista (PDAC)

Nato per scissione dal PRC nel 2006, di ispirazione trotzkista, i militanti erano insieme a quelli del PCL con la corrente “AMR - Progetto comunista” nel PRC.
E’ parte del network trotzkista internazionale “Lega Internazionale dei lavoratori”. I leader del movimento sono Francesco Ricci e Fabiana Stefanoni. Probabilmente non parteciperà alle prossime elezioni politiche nazionali.

Partito Comunista Italiano (PCI)

Il PCI è nato lo scorso anno, ad opera di ex militanti del Partito dei comunisti italiani (PDCI) e - in misura minore - del PRC. E’ di ispirazione vetero-comunista marxista-leninista. Partecipa al cartello “EUROSTOP” promosso dalla Rete dei comunisti (Contro Euro, UE e NATO).
Potrebbe quindi presentarsi alle elezioni in una lista “comunista” che raggruppi l’area “stalinista”, con il PC e EUROSTOP, e forse con settori del PRC. Ha partecipato all’assemblea del 18 novembre al Teatro Italia convocata dal centro sociale napoletano Ex Opg Je so Pazzo.

Partito Comunista (PC)

Il PC è nato nel 2009 da una scissione del PdCI. Il suo leader è Marco Rizzo, già parlamentare del PdCI. E’ di ispirazione marxista-leninista.
Lavora per una lista “comunista” alle prossime elezioni. Potrebbe allearsi con il PCI e - eventualmente - il PRC. Non ha partecipato all’assemblea di giugno al teatro Brancaccio né a quella di novembre al teatro Italia.

EUROSTOP

Coalizione che ha convocato varie assemblee dall’inizio del 2017, promossa dalla Rete dei comunisti e dal sindacato Usb. Partecipano alla coalizione il PCI e altri gruppi come Militant di Roma, il Fronte Popolare, “Noi restiamo”, il collettivo comunista “Genova city strike”. Partendo da un’impostazione marxista-leninista stalinista, la coalizione ha 3 punti centrali: no all’euro, no all’Unione Europea, no alla NATO. Ha partecipato all’assemblea del 18 novembre al Teatro Italia. E’ un’evoluzione del cartello politico “Ross@”. Tra i principali esponenti Giorgio Cremaschi, già leader della corrente di opposizione della CGIL, poi uscito e vicino all’Usb.

Partito dei CARC

Partito che affianca e dirige il (n)Pci ovvero Nuovo Partito comunista italiano. Di ispirazione maoista, ha le sue radici nei gruppi che negli anni ‘80 redigevano un bollettino contro la repressione, contro il pentitismo e in appoggio ai “prigionieri politici” delle Brigate rosse e di altre formazioni armate, in particolare Giuseppe Maj, principale ispiratore del gruppo. I CARC hanno dichiarato il loro appoggio elettorale al Movimento 5 stelle alle elezioni politiche del 2013 e in altre occasioni. Propugna il “governo di blocco popolare”. Ha partecipato alle manifestazioni del cartello “Eurostop”.
Il segretario nazionale è Pietro Vangeli.

Senso comune

Gruppo nato a novembre 2016 richiamandosi al “populismo democratico”. Molti dei promotori lavorano all’estero.

Lista del popolo - La mossa del cavallo

Movimento politico fondato a novembre 2017 da Giulietto Chiesa, già promotore di “Pandora tv” e deputato europeo eletto come indipendente nella lista “Di Pietro-Occhetto” nel 2004, poi fondatore del movimento “Alternativa” e Antonio Ingroia, ex magistrato e leader di “Azione civile”, movimento residuato della coalizione “Rivoluzione civile” che si presentò alle elezioni del 2013.

DiEM25

Movimento politico europeo, lanciato nel 2016 da Yanis Vaorufakis, già ministro dell’economia greco.
L’esponente principale è Lorenzo Marsili. Non pensa a partecipare alle elezioni politiche del 2018, ma direttamente alle Europee del 2019.

demA

Movimento il cui acronimo significa “Democrazia e Autonomia”, ma richiama anche il nome del suo leader, De Magistris.
Il movimento è presente attualmente solo in Campania e gode dell’appoggio di alcuni centri sociali e movimenti locali. Eleonora De Majo, eletta consigliere comunale a Napoli, proviene dal collettivo Insurgencia.

CONCLUSIONI

Riassumendo, è molto probabile che alla fine ci saranno almeno 3 o 4 liste “di sinistra” in campo (le ultime due potrebbero convergere sulla terza, ma difficilmente potranno convivere tra loro):

1 - una lista alleata al PD, comprendente probabilmente Campo progressista, Verdi, Italia dei valori e Radicali Italiani (salvo ripensamenti di CP, che potrebbe spostarsi con la seconda lista)
2 - una lista a sinistra del PD, comprendente MDP, SI e Possibile (salvo ripensamenti del PRC, che potrebbe ancora confluire nella lista unitaria di sinistra)
3 - una lista del popolo o “comunista”, comprendente il centro sociale Je So Pazzo PRC, PCI, alcuni dissidenti di Sinistra Italiana e almeno in parte movimenti e partiti delle “galassie” trotzkiste e staliniste, a meno che non via sia una ulteriore spaccatura in due
4 - una lista trotzkista comprendente Sinistra Anticapitalista, Partito comunista dei lavoratori e Sinistra Classe Rivoluzione
5 - una lista stalinista imperniata sul PC di Marco Rizzo.

Referendum costituzionale: perché no

Postato il 16 Novembre 2016 in grassetto da salgalaluna

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Il prossimo 4 dicembre si svolgerà il referendum sulla riforma costituzionale approvata in Parlamento negli scorsi mesi.

 

Molti hanno già deciso cosa votare e molti altri lo decideranno nelle prossime settimane, sulla base principalmente dei seguenti legittimi argomenti.

 

Chi vota “sì” lo farà per garantire la continuità istituzionale, per paura delle alternative a una possibile fine dell’attuale governo in conseguenza di una sconfitta, per timore delle reazioni dei mercati, perché questa riforma non sarà la migliore possibile ma è pur sempre “un passo in avanti”. Voterà sì perché così dicono di fare alcune organizzazioni a cui una parte del paese si sente vicina: il PD, la Confindustria e altre organizzazioni imprenditoriali, la Cisl… O meglio voterà sì perché non vuole votare “no” insieme ai molteplici e variegati oppositori della riforma. Voterà sì perché vuole fare parte dell’”Italia che dice sì”.

 

Chi vota “no” la farà perché non ama il governo in carica, i suoi leader e i suoi provvedimenti, voterà “no” alla “buona scuola”, allo “sblocca Italia” e al “jobs act”. Voterà “no” perché lo dicono i giornali, i partiti e le organizzazioni a cui si sente più vicino, siano esse di destra o di sinistra,  dalla “sinistra PD” ai 5 Stelle, o Forza Italia, l’ARCI, Casapound, Sinistra Italiana, la Lega, l’ANPI, la CGIL… voterà “no” per non votare come Verdini e Alfano, Marchionne o Federico Moccia. Voterà no perché, come ha detto Grillo in un comizio qualche tempo fa, “è il momento di dire no”.

 

Insomma, i “sì” e i “no”, nonostante i vari dibattiti televisivi e “nel territorio”, le paginate sui giornali, gli approfondimenti su vari siti web e i molti libri usciti sull’argomento saranno probabilmente in gran parte legati a un giudizio politico complessivo sul governo e il presidente del consiglio e non ai contenuti della “riforma costituzionale”.

 

In parte è naturale che sia così, perché per la prima volta si propone un referendum di questo tipo con in carica governo e parlamento che hanno fatto approvare la riforma in questione. Nel 2001 a riformare era stato il centrosinistra e si votò mentre governava il centrodestra e nel 2006 a riformare la costituzione ci aveva provato il centrodestra e governava – al momento del referendum – il centrosinistra.

Questa circostanza contribuisce a “personalizzare” il referendum, a prescindere dalla consequenzialità che lo stesso Renzi ha agitato per mesi – salvo rimangiarsela negli ultimi tempi – tra il futuro della sua esperienza governativa e il successo al referendum costituzionale.

 

Anche io – lo ammetto – ho pensato di votare per i motivi che ho appena ricordato, pensando che - in fondo - del merito della “riforma costituzionale” non mi interessava davvero, che è un argomento tecnico troppo complesso, che probabilmente si è enfatizzato il suo significato, che di fatto non porterà né a un grande passo in avanti né a una sconfitta della democrazia. Magari in una situazione relativamente più “tranquilla” politicamente avrei disertato le urne, come avevo fatto ad esempio – sbagliando - nel 2001, quando si votò per la riforma costituzionale costruita dai governi di centrosinistra negli anni precedenti.

 

Poi – complice la dilatazione della campagna elettorale - ho deciso di informarmi un po’ di più sui contenuti della “riforma” e di valutarne gli effetti.

Condivido quindi l’idea che mi sono fatto, in modo che possa essere forse utile a chi è indeciso o che comunque ha già deciso di votare sì o no, ma è ancora alla ricerca di una motivazione più solida di quelle più “di pancia” che di sostanza.

 

Basta col federalismo

 

Di fatto questa riforma cancella il “federalismo” creato dal governo di centrosinistra nel 2001, riportando la gran parte dei poteri in capo allo Stato. Questo aspetto non è di per sé negativo, segnando la fine dell’ubriacatura di “federalismo” che abbiamo vissuto per anni sotto la spinta della Lega. D’altra parte togliere alle Regioni alcuni poteri, come sulla protezione dell’ambiente, apre lo spazio ancora di più alla devastazione del territorio in nome dello spirito delle grandi opere, come già è stato con la legge sulle trivelle che intendeva abrogare il referendum di aprile.

 

Le novità sul referendum e le proposte di legge di iniziativa popolare

 

La nuova Costituzione prevede la possibilità di indire referendum propositivi e non solo abrogativi: è una misura positiva, ma non esistendo una legge non è immediatamente applicabile.

Si depotenzia inoltre il meccanismo del quorum, prevedendo che, nel caso si siano raccolte oltre 800mila firme, il quorum si abbassi al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche. Anche questa è una modifica che ritengo positiva, anche se il meccanismo di raccolta delle firme andrebbe decisamente reso più attuale.

D’altra parte per le leggi di iniziativa popolare è richiesto un numero di firme maggiore rispetto ad oggi (150mila contro 50mila), diminuendo quindi le possibilità di utilizzare questo strumento di “democrazia diretta”.

 

I risparmi sui costi della politica

 

Trovo aberrante la logica per cui si possa fare una riforma costituzionale (e un referendum!) per risparmiare sulla politica, ovvero sulla democrazia. Viene eliminato il Cnel e i senatori sono ridotti a 100 persone (dalle attuali 315), già pagate in altro modo (perché consiglieri regionali o comunali) che probabilmente avranno solo dei rimborsi spese. I risparmi sono decisamente pochi, anche se si arrivasse ai 500 milioni che sbandiera Renzi: non è esattamente una motivazione forte e decisiva.

 

La fine del bicameralismo perfetto

 

Il senato è di fatto trasformato in un organismo privo di poteri reali, rappresentativo degli enti locali, che hanno propri rappresentanti scelti in modo misterioso (la legge relativa ancora non c’è).

E’ vero che il “bicameralismo paritario” o “bicameralismo perfetto” non è mai stato difeso dalla sinistra storica, che criticava il “tira e molla” tra le due camere, ma chi proponeva una sola camera negli anni ‘70 e ‘80 lo faceva per rafforzare il Parlamento, eletto con un sistema elettorale proporzionale. Per questo la posizione di chi chiede di cambiare l’Italicum per poter votare sì al referendum sarebbe comprensibile solo se venisse approvata una legge elettorale proporzionale, mentre gli esponenti della “Sinistra PD” si limitano a chiedere il ripristino delle preferenze e altri ritocchi di poco conto o addirittura un assurdo “turno unico” che rischia di replicare esattamente il Porcellum. Una legge elettorale maggioritaria come l’Italicum, sostanzialmente identica al Porcellum, salvo che è previsto il doppio turno, regala automaticamente alla lista vincente il 54% dei seggi nell’unica Camera che conta davvero. Il sistema che si disegna è un presidenzialismo mascherato da parlamentarismo senza alcun contrappeso: qui sta il pericolo vero della riforma.

Per questo trovo sbagliate le critiche di chi dice “era meglio se il senato fosse stato abolito del tutto”: a riforma approvata rappresenterà infatti il solo possibile - teorico e depotenziato – potere alternativo a quello assoluto della maggioranza di governo.

Per lo stesso motivo non credo sia un buon argomento quello di chi mette in evidenza le complicate nuove procedure di approvazione delle leggi, perché daranno luogo a conflitti di attribuzione, che potrebbero rappresentare una garanzia democratica, almeno nei primi anni di vigenza della nuova costituzione.

I sostenitori del sì dicono spesso che nel resto del mondo occidentale il bicameralismo perfetto non esiste. Vediamo rapidamente se e in che modo questa affermazione sia vera con alcuni esempi.

 

In Francia c’è il cosiddetto semi-presidenzialismo. Il presidente della repubblica ha poteri legislativi, è eletto direttamente dal popolo, in tempi e modi diversi dalle camere (il Senato ha un potere effettivamente residuale). Spesso infatti si trova con una maggioranza diversa da quella che lo aveva appoggiato nell’elezione. La stessa cosa accade – sostanzialmente - negli Stati Uniti.

 

In Germania esiste il cancellierato e il sistema politico è molto simile a quello proposto dalla riforma costituzionale italiana. Esistono infatti due camere, ma solo quella “popolare” (il Bundestag) dà e nega la fiducia al Cancelliere, mentre la camera delle regioni (Bundesrat) si occupa di questioni regionali e europee (come dovrà fare il nuovo senato se la riforma approvata in Italia sarà confermata dal referendum). Ma c’è una grande differenza: in Germania non esiste un sistema elettorale che regala la maggioranza a un solo partito. Si vota con un sistema proporzionale “corretto” attraverso le circoscrizioni elettorali e una soglia di sbarramento (peraltro il sistema elettorale è stato oggetto negli scorsi anni di vari pronunciamenti negativi della Corte costituzionale tedesca). La situazione è molto simile in Spagna: anche qui il Senato ha competenze limitate e il parlamento è eletto con un sistema proporzionale puro (anche se con un forte “sbarramento” regionale che favorisce i partiti delle singole comunità autonome e per questo è molto criticato). Non è un caso che in Germania ci sia da anni un governo di coalizione e che in Spagna si è arrivati a un governo popolare con l’astensione dei socialisti, dopo un anno di trattative.

 

In Gran Bretagna il sistema elettorale è basato sui collegi uninominali, che non danno automaticamente garanzia di maggioranza in parlamento: anche qui infatti si è fatto ricorso, in alcune circostanze come dal 2010 al 2015, a governi di coalizione. La centralità del parlamento è evidente: proprio negli scorsi mesi è cambiato primo ministro (in seguito al referendum sulla cosiddetta “Brexit”), ma la camera è rimasta la stessa. Inoltre Galles, Irlanda del Nord, Inghilterra e Scozia hanno propri parlamenti che legificano per alcune materie e persiste anche la Camera dei Lord, che non ha gli stessi poteri della “Camera dei comuni”, ma ha comunque la possibilità di proporre emendamenti alle leggi e bloccarne l’iter fino a un anno.

 

In Grecia esiste una sola camera con potere di fiducia e al primo partito era assegnato un forte “premio” di maggioranza (60 deputati): una legge molto simile all’Italicum, anche se non garantiva in automatico la maggioranza parlamentare. Anche Syriza è dovuta ricorrere ad esempio a una coalizione. E’ da notare che quest’estate il parlamento greco ha votato una riforma che ha eliminato il premio di maggioranza, riportando il sistema elettorale a un proporzionale puro.

 

E’ vero quindi che non esiste negli altri sistemi un “bicameralismo perfetto” come attualmente in Italia, ma da nessuna parte esiste un presidenzialismo mascherato senza contrappesi come quello che esce fuori dalla riforma che dobbiamo giudicare con il referendum.

Una riforma in linea con principi di democraticità e con i sistemi presenti nel resto d’Europa avrebbe potuto puntare in una direzione chiaramente “parlamentarista”, ad esempio abolendo i poteri del senato, ma facendo eleggere la Camera con un sistema proporzionale puro (o con piccole correzioni, o maggioritario di collegio come in Gran Bretagna o con un maggioritario di collegio a doppio turno come “storicamente” nei programmi del “centrosinistra” italiano), diminuendo il numero dei deputati. In alternativa si sarebbe potuto scegliere un sistema presidenzialista, facendo eleggere il premier direttamente dal popolo, preferibilmente con modi e tempi diversi rispetto alla Camera. Personalmente avrei preferito – e preferirei - la prima soluzione.

 

Aggiungo che ci sono alcune motivazioni dei sostenitori del sì e del no che trovo fastidiose, sbagliate o semplicemente non opportune o convincenti, secondo i miei parametri. Provo ad elencarle.

 

Argomenti del sì

 

1) Sono 30 anni (o 50, o 70, a seconda delle versioni) che si prova a modificare la costituzione senza riuscirci. Finalmente il governo Renzi ci è riuscito, se non si approva questa riforma dovremo aspettare chissà quanti altri anni.

 

Non è vero che ci sia un’urgenza di cambiare la costituzione. Non è vero che non sia stata cambiata, lo si è fatto più volte. Nel 2011-2012 venne introdotto - ad esempio - il pareggio di bilancio in costituzione senza colpo ferire. Ci fu chi raccolse firme per abrogare le modifiche (SEL, CGIL, Possibile) ma non furono abbastanza. Era solo 4 anni fa. Il governo Renzi ha “solamente” forzato la mano al Parlamento, anche quando Forza Italia si è tirata fuori dopo l’elezione di Mattarella.

 

2) Grazie alla riforma tutti avranno i farmaci oncologici a prescindere dalla regione di residenza.

 

Questa argomentazione usata più volte da Renzi è decisamente ridicola. Il fatto di “regionalizzare” la sanità ha indubbi svantaggi (diversi livelli di prestazione, diversi costi) ma anche il vantaggio di avere regioni che approvano medicinali che – ad esempio per motivi “ideologici” - altre non consentono (penso ad esempio alle sperimentazioni sulla cannabis terapeutica), quindi centralizzare non è in sé positivo, lo è solo se si centralizza consentendo sempre alle nuove tecniche di essere utilizzate su tutto il territorio a prescindere da motivazioni politiche, cosa che non sembra garantita, men che meno da una ministra come Beatrice Lorenzin.

 

3) Si supera il ping-pong tra camera e senato, accorciando i tempi

 

Non credo che sia necessario di per sé “accorciare i tempi”. Quando c’è il ping-pong tra camera e senato è perché non c’è un accordo politico sulla legge di cui si discute, non perché c’è il bicameralismo.

 

4) Ci saranno leggi più brevi e semplici

 

Questa l’ho letta su un manifesto del “Sì” e la trovo davvero ridicola. Chi garantisce la “semplicità” delle leggi? Il fatto che sia una sola camera a dare la fiducia al governo? La verità è che ci sarebbe bisogno di buone leggi, oltre che “semplici”. E negli anni dei “governi brevi”, di coalizione, con il sistema proporzionale (gli anni ‘60 e ‘70) sono state fatte tante buone leggi (cito a braccio: sistema sanitario nazionale, statuto dei lavoratori, divorzio, aborto, equo canone…), mentre da quando c’è una “semplificazione” del quadro politico, accompagnata dalla personalizzazione dello scontro e da sistemi elettorali maggioritari le leggi sono state, a mio parere, spesso “cattive leggi” (cito anche qui in ordine sparso: legge Bossi-Fini, la legge “Gelmini”, riforme delle pensioni sempre più penalizzanti, il jobs act). Ma non voglio dare meriti o colpe alla Costituzione: è evidente che dipende dal quadro storico-politico se si fanno leggi progressive o penalizzanti. Se le leggi sono “semplici” e approvate in tempi rapidi non ne deriva che siano anche positive.

 

5) La riforma introduce lo “statuto delle opposizioni”.

 

Non è assolutamente chiaro cosa significhi. In ogni caso è approvato dalla Camera, che con la legge elettorale Italicum vedrà un solo partito con il 54% dei seggi…

 

Argomenti del no

 

1) Non è vero che si elimina il bicameralismo perfetto: ci sono 6 (o 7? O 10?) procedimenti legislativi diversi, l’articolo 70 è lunghissimo e confuso: fioccheranno i contenziosi.

 

E’ tutto vero, ma è uno dei punti che meno mi preoccupa. Se il Senato manterrà delle prerogative e si creeranno degli “intoppi” sarà semplicemente meglio: vorrà dire che il governo avrà un “contropotere” e non un semplice osservatore dentro le istituzioni.

Secondo la mia personale - ingenua? - lettura dell’articolo 70 i procedimenti legislativi diversi sono 4, ma forse chi ne conta di più si riferisce a quanto scritto negli articoli successivi, che rimandano ai regolamenti parlamentari specifiche procedure legislative:

 

- su questi temi rimane il “bicameralismo paritario”: leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma

 

- le leggi “normali”, deliberate dalla camera, su cui il Senato ha 30 giorni per proporre modifiche

 

- le leggi di cui all’articolo 17 comma 4 (credo di avere capito che sia quando lo stato per “la tutela dell’interesse nazionale” legifica su materie di competenza regionale), sulle quali il Senato ha 10 giorni per proporre modifiche, più vincolanti (la camera deve eventualmente respingerle a maggioranza dei componenti)

 

- I disegni di legge di cui all’articolo 81 comma 4 (le leggi di bilancio), sui quali il Senato ha 15 giorni per esprimere un parere

 

 

2) Tanto valeva abolire il Senato.

 

Trovo questo argomento pericoloso. Chiudere il senato avrebbe portato ancora di più verso il passaggio al sistema “chiavi in mano per 5 anni” che considero il pericolo maggiore della riforma. Per fortuna esiste ancora un - minimo - contrappeso, anche se non è chiaro come saranno scelti i senatori e i poteri reali del senato sono ancora tutti da comprendere.

 

 

3) E’ la riforma voluta da JP Morgan e dai poteri forti

 

Vero. Personalmente però sono abituato a pensare che i “poteri forti” non esistano, o meglio che siano tanti e diversi, con interessi non sempre convergenti. Per cui persino alcuni “poteri forti” a volte possono avere obiettivi giusti. Secondo me non è questo il caso, ma l’argomento mi pare debole.

 

4) Il presidente della repubblica è eletto dal partito di maggioranza

 

Il presidente della repubblica è eletto per 7 anni, quindi può superare la durata di un parlamento, potrebbe quindi crearsi una divergenza “politica” fra maggioranza di governo e presidente. Nel nuovo sistema è eletto dalle due camere in seduta comune, quindi da 630+100=730 persone, fra le quali almeno 340 fanno parte, con l’Italicum, di un solo partito. Nei primi scrutini la maggioranza richiesta è dei 2/3, dal quarto si passa ai 3/5, dal sesto ai 3/5 dei votanti. Mi sembra difficile che con queste previsioni un solo partito possa eleggere da solo il presidente, a meno di un assenteismo di massa da parte delle opposizioni dalla sesta votazione, ma effettivamente non si capisce la ratio di prevedere questa possibilità.

 

 

Conclusioni

 

In conclusione il vero punto centrale della “riforma” proposta è la trasformazione – definitiva – del sistema politico italiano in un presidenzialismo non esplicito, pericoloso perché un “abbaglio” degli elettori regalerebbe tutti i poteri, con pochissimi contrappesi, a un governo e alla sua maggioranza per 5 anni. Soprattutto quando i cittadini scelgono “il meno peggio”, ritengo sia necessario un quadro politico il più possibile rappresentativo delle diverse posizioni e opzioni politiche.

 

Questo quindi è il motivo principale per cui mi sono convinto a votare no: la riforma porterebbe a un’ulteriore e pericolosa involuzione del sistema politico italiano.

Trivelle: 17 aprile 2016 il referendum

Postato il 14 Marzo 2016 in grassetto, segnalazioni da salgalaluna

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Domenica 17 aprile, dalle 7 alle 23, si vota in tutta Italia per un referendum. In pochi lo sanno, in tv si preferisce dibattere sulle interviste di D’Alema, l’ultimo delitto insoluto o altre amenità.

Come per tutti i referendum, il punto principale è il raggiungimento del quorum. Per essere valido il referendum dovrà andare a votare almeno la metà più 1 degli aventi diritto. Per questo è scorretto che i contrari (ovvero principalmente il governo e le grandi compagnie che detengono le concessioni per le “trivellazioni”) puntino sull’astensionismo, in gran parte dovuto alla non conoscenza.

Uso questo post per dare strumenti di lettura e riassumere di cosa si tratta.

Quando si vota?

Domenica 17 aprile 2016, dalle 7 alle 23. I promotori avevano chiesto di usare la stessa data delle elezioni amministrative, che invece si terranno a giugno. La sovrapposizione delle due scadenze elettorali avrebbe probabilmente favorito un’affluenza maggiore, oltre a far risparmiare allo Stato circa 300 milioni di euro.

Dove si vota? Chi vota?

Si vota in tutta Italia e possono votare i cittadini maggiorenni. E’ anche possibile votare dall’estero. Gli italiani iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire) riceveranno un plico al loro domicilio. Coloro che risiedono stabilmente all’estero e il 17 aprile vogliono votare in Italia dovevano far pervenire entro il 26 febbraio al consolato una dichiarazione. Anche gli elettori italiani che per motivi di lavoro, studio o cure mediche si trovano temporaneamente all’estero per un periodo di almeno tre mesi nel quale cade anche la data del voto, possono partecipare, ma dovevano inviare  una comunicazione al comune d’iscrizione nelle liste elettorali entro il 26 febbraio.

Cosa chiede il referendum?

Il referendum chiede di abrogare una norma che proroga le attuali concessioni per trivellare intorno alla costa italiana (entro 12 miglia, ovvero circa 22,2 chilometri) finché si trovano risorse (gas o metano). Votando sì le attuali concessioni andrebbero a scadenza “naturale” e non sarebbero prorogate per un tempo indefinito. La norma che il referendum chiede di abrogare è il comma 17 dell’articolo 6 del Codice dell’ambiente – dlgs n. 152 del 2006.

Votando “sì” viene abrogata la norma attuale, quindi di fatto si dice “no” alle trivelle.

Votando “no” la norma rimane quella vigente, perciò equivale a dire “sì” alle trivelle.

Ma ora è possibile trivellare nelle 12 miglia più vicine alle coste?

No, è vietato dare nuove concessioni entro le 12 miglia dalla costa. Ma per le concessioni già in atto è previsto non solo che proseguano fino alla scadenza, ma fino a quando ci sarà materia (petrolio o gas) da estrarre. Su questo punto si incentra il referendum, ovvero l’eliminazione di questa proroga potenzialmente infinita, per le sole concessioni entro le 12 miglia.

Quali concessioni andranno in scadenza e quando?

Se passerà il “sì” quando scadranno le concessioni attuali saranno bloccate le trivellazioni negli impianti situati entro 12 miglia dalle coste italiane. Il numero di concessioni attuali entro le 12 miglia varia da un articolo a un altro. Secondo un pezzo (per il no) del Sole 24 ore ci sono 106 installazioni per estrarre metano o petrolio entro 12 miglia dalla costa, secondo un grafico dello stesso giornale le concessioni attuali entro 12 miglia sono 21. In altri articoli si parla di 135 piattaforme (quelle elencate sul sito del ministero). Molte di queste hanno sostanzialmente esaurito la loro capacità estrattiva. Sono tre i grandi giacimenti attivi per i quali sono allo studio potenziamenti: Guendalina (Eni) nel Medio Adriatico, Gospo (Edison) davanti all’Abruzzo e Vega (Edison), al largo di Ragusa. Non si bloccheranno le installazioni oltre le 12 miglia. Le prime concessioni tra quelle bloccate andranno in scadenza tra 5 anni.

Chi ha promosso il referendum?

Inizialmente era stato promosso un referendum da “Possibile” (la formazione politica di Civati), che però non ha raggiunto il numero di firme necessarie.

Dieci regioni – Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise – hanno quindi promosso 6 quesiti referendari sulla ricerca e l’estrazione del petrolio in Italia. L’Abruzzo ha poi ritirato la sua partecipazione.

Nella legge di stabilità a dicembre il governo ha modificato molte delle norme, rendendo vani 5 dei 6 quesiti. E’ rimasto quindi l’unico referendum sulla proroga delle concessioni.

Quali sono le ragioni del no?

Una ragione sono i posti di lavoro che andrebbero persi in caso di blocco delle trivellazioni (questa ragione è stata indicata ad esempio dalla segretaria della CGIL Susanna Camusso, mentre la FIOM CGIL fa parte del comitato per il sì e oltre 200 sindacalisti della CGIL hanno firmato un appello per il sì), alla quale gli oppositori rispondono che anche nel turismo si perdono tanti posti di lavoro a causa dell’inquinamento prodotto dalle trivellazioni. Peraltro le concessioni scadranno nell’arco di 5-20 anni, quindi nessun posto di lavoro andrà perso il giorno dopo il referendum.

Un’altra ragione è quella che accusa i fautori del “sì” di ipocrisia, perché diminuendo le estrazioni nel nostro mare lo aumenteremmo negli altri mari, i paesi vicini “trivellerebbero” di più e ci troveremmo nella stessa situazione del nucleare, per cui l’Italia importa energia prodotta col nucleare e importerebbe quella prodotta con le trivellazioni da paesi magari confinanti. Certo, ragionando così non sarebbe mai possibile cambiare nulla…

I sostenitori del “no” dicono che l’inquinamento del mare è causato semmai dal passaggio delle petroliere, che aumenterebbe per importare le materie non più auto-estratte, e che le trivellazioni farebbero bene alla pesca. Inoltre estrarre gas e petrolio è meno inquinante di usare carbone.

Quali sono le ragioni del sì?

E’ evidente che il significato del sì va oltre gli (scarsi) effetti pratici. Sarebbe un segnale politico, a favore della tutela dell’ambiente e dei territori. L’attuale “moratoria” sulle trivellazioni nelle 12 miglia vicino alla costa non sarebbe più messa in discussione, ad esempio.

Un’altra ragione, squisitamente politica, è il contrasto delle regioni promotrici alla ratio dello Sblocca Italia, che ha tolto poteri decisionali in materie ambientali alle regioni per trasferirli allo Stato. Con un “sì” si riaffermerebbe politicamente la competenza delle regioni e dei territori sulle scelte in materia ambientale.

Oltre a questo, si parla di motivazioni legate all’inquinamento, alle possibili conseguenze di incidenti. Uno studio dell’ISPRA dimostra che nel 2012-2014 ci sono stati diversi “sforamenti” nei livelli di legge per gli agenti inquinanti (anche se non particolarmente pericolosi).

Le piattaforme, secondo molti, riducono le potenzialità turistiche. Ovviamente non esiste alcuno studio scientifico che dimostri questa correlazione.

Chi sono i sostenitori del sì?

Il sì è sostenuto dalle regioni promotrici del referendum, da varie associazioni ambientaliste (in prima fila Greenpeace, ma anche il WWF, Legambiente, la LIPU, Italia nostra), da alcuni movimenti politici (Sinistra Italiana, Movimento 5 Stelle), da associazioni e sindacati (ARCI, FIOM CGIL, ASud, Slow Food, Confederazione Italiana Agricoltori, Libera, Rete della conoscenza…).

Chi sono i sostenitori del no?

Il presidente del comitato per il no è Gianfranco Borghini, già deputato del PCI e del PDS e favorevole al nucleare.

I sostenitori del “no” sono sostanzialmente il governo e le compagnie di estrazione (ENI, EDISON, ecc.). Stanno adottando una strategia di basso profilo, puntando alla scarsa partecipazione al referendum.

Quindi?

Personalmente voterò “sì”, perché credo sia un’indicazione a favore di scelte energetiche più sostenibili per l’ambiente e perché penso che il governo debba sempre confrontarsi con le popolazioni dei territori coinvolti in caso di opere ad impatto ambientale. Il segnale politico del referendum mi sembra questo. L’impatto pratico mi pare poca cosa, sia se vincesse il “sì” che il “no”. In ogni caso non votare ai referendum e – peggio ancora – puntare alla scarsa informazione per farli fallire è secondo me gravissimo, quindi il mio auspicio è che anche chi dovesse, informandosi, propendere per il “no” scelga di andare alle urne e esprimere il suo voto sull’argomento.

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Come votano ricchi e poveri in Italia?

Postato il 12 Luglio 2015 in grassetto, numeri da salgalaluna

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E’ una domanda che si pone da anni. Nei luoghi comuni si dice che i poveri e gli operai abbiano voltato le spalle alla sinistra per scegliere Forza Italia e la Lega, e che la sinistra sia sostenuta dall’alta borghesia.

Ci sono stati diversi studi sull’argomento, con risultati contraddittori e mai conclusivi.

Dal 10 luglio abbiamo a disposizione alcuni dati sul sito del Dipartimento delle finanze del MEF che possono aiutare a tentare di rispondere alla domanda, relativi alla scelta sul 2 per mille operata dagli italiani nel 2014, quando era ancora opzionale. Dall’anno successivo (2015) è invece efficace, quindi - scelta o non scelta - i soldi saranno destinati ai partiti in base alla divisione operata dagli italiani che hanno indicato un’opzione (in modo analogo con quanto accade con l’8 per mille).
Per cui è naturale che la prima “notizia” è il fatto che l’anno scorso solo 16.518 contribuenti (su oltre 40 milioni, overo lo 0,7 per mille) abbiano scelto di dare il 2 per mille a uno dei partiti che lo hanno chiesto (per confronto, si pensi che sull’8 per mille indicano una delle opzioni circa 18 milioni e mezzo di italiani).

Ma è interessante anche il dato della distribuzione fra i partiti.

Ho ricavato due indicatori: uno di “affezione” al partito, che mette in rapporto il numero di opzioni per quel partito con i voti ottenuti alle politiche del 2013 alla Camera, l’altro di “ricchezza pro capite”, che esprime l’imponibile Irpef medio dei contribuenti per ciascun partito.

Cosa se ne ricava?

Il tasso di affezione è molto più alto della media per i due partiti regionali (Union Valdotaine e SVP).

Tra i partiti nazionali ai primi posti ci sono Sel e la Lega, poi il Pd. Fratelli d’Italia è nella media, Udc, Forza Italia e Scelta civica molto al di sotto.

L’indicatore di ricchezza (imponibile IRPEF medio) mostra una graduatoria molto simile, ma al contrario. Tralasciando Uv, Patt e Svp infatti si collocano sopra la media i contribuenti che hanno scelto Scelta Civica, quindi Forza Italia e Udc. Il Pd è nella media, Fratelli d’Italia leggermente sotto. Seguono Psi, Lega e Sel.

Guarda le tabelle

Conclusioni: che il Pd sia espressione della “classe media” è un risultato “autoprodotto” dai dati, visto che “ottiene” il 61% delle scelte espresse (al di sopra del quasi contemporaneo risultato alle elezioni europee del 2014!).

E’ peraltro molto chiaro che i “ricchi” hanno scelto i partiti di centro destra, in primo luogo Scelta Civica, quindi Udc e Forza Italia, mentre i “poveri” si indirizzano verso Lega e Sel. Fratelli d’Italia appare avere ricevuto il 2 per mille da contribuenti solo leggermente meno “ricchi” di quelli del Pd.

E’ inoltre molto interessante notare come l’affezione al partito, rappresentata dalla quantita di “scelte” effettuate in confronto ai voti espressi alle elezioni, sia inversamente proporzionale all’imponibile IRPEF. Mettendo insieme i due indicatori proposti gli elettorati di Sel e Lega appaiono tra loro molto vicini, così come quelli di Pd e Fratelli d’Italia tra loro e quelli di Forza Italia e Udc.

Guarda il grafico

Si può quindi sintetizzare che i poveri scelgono la sinistra o la destra più “radicali”, il ceto medio sceglie il Pd, i ricchi scelgono il centrodestra. Inoltre i ricchi sono meno affezionati al partito di quanto non lo siano i poveri.

Ovviamente sono conclusioni viziate da alcune forzature (ad esempio Forza Italia non esisteva alle politiche del 2013, quindi i voti sono quelli ottenuti dal Pdl, e manca il Movimento 5 Stelle, che non ha chiesto il 2 per mille), e soprattutto da una quantità di dichiarazioni espresse davvero bassa. Sarà interessante verificarne la tenuta con le dichiarazioni del 2015, che saranno sicuramente molto più numerose, per quanto ho precisato all’inizio.

NOTA del 13 luglio: ho cancellato le parti sulle differenze normative tra 2014 e 2015. Mi era stato spiegato così al momento del mio 730, ma a quanto ho capito (anche se sul sito dell’Agenzia delle entrate non ho trovato una risposta chiara) chi non dichiara nessun partito destina i soldi del 2 per mille allo Stato (cfr. questo link).

I soliti accordi

Postato il 11 Luglio 2015 in grassetto, numeri da salgalaluna

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Ho provato a confrontare le proposte di accordo che si sono susseguite negli ultimi giorni tra “creditori” (Troika) e governo greco punto per punto.

Si parte da quella greca del 25 giugno, emendata il 26 giugno dai “creditori”, anche se non c’è il testo completo con le correzioni (manca l’ultima parte), per cui per la seconda parte ho fatto riferimento a questa versione completa delle proposte della Troika.

Il tutto va confrontato con la proposta presentata giovedì sera dal governo greco alla Troika e sottoposta al voto parlamentare venerdì notte in Grecia.

Ne è venuto fuori questo schema.

Ovviamente non credo di essere stato preciso perché alcune cose non le ho capite.
Sintetizzando, ho individuato 35 punti di disaccordo tra i due “piani” pre-referendum (che al 90% circa erano uguali).
Nel piano presentato giovedì sera dal governo greco:
- in 23 casi si dà ragione all’ultima proposta della Troika
- in 8 si riprende la posizione greca originaria
- in 4 si tenta un compromesso tra le due posizioni.
- inoltre ci sono 7 “aggiunte” che non so giudicare se siano più pro-Troika o pro-Grecia (una per uno su cui sarei certo, sulle altre 5 ho dei dubbi).
Sintetizzerei anche che:
- Sugli obiettivi finanziari e sulle finanze già c’era accordo
- La Grecia cede quasi completamente su pensioni e privatizzazioni
- Sui tagli più precisi si cerca un compromesso, in particolare sull’IVA
- Sul mercato del lavoro la Grecia cede molto meno.
Quindi in conclusione l’accordo proposto da Tsipras è più simile a quello proposto dalla Troika (e bocciato dal referendum) che a quello proposto da Tsipras stesso prima del referendum. Va ricordato che entrambe le proposte non erano quelle “originarie” ma il frutto di mesi di trattative.
Rimane il fatto che, secondo me, il punto politico di questa vicenda non è l’accordo in sé, ma il quadro che ha intorno:
- quanto tempo viene dato al governo senza dover affrontare nuovi “memorandum” (e la proposta greca verte su almeno tre anni di “tranquillità”, contro i 3 mesi della proposta pre-referendum)
- il fatto che si parli esplicitamente di riduzione o “ristrutturazione” del debito greco
- il fatto che Tsipras abbia un indubbio e “certificato” séguito nel suo Paese e in Parlamento (nonostante la dissidenza interna sia un problema non di poco conto), cosa messa costantemente in dubbio dai media di tutta Europa che difendono le politiche di austerity, con l’intento di cambiare il governo greco
- il fatto che oggi, rispetto a 2 settimane fa, il rifiuto di accordarsi da parte della Germania o dei suoi alleati sarebbe visto come un atto odioso dalla maggior parte del popolo europeo (cosa che prima del referendum sarebbe stata meno evidente).

La Lista Tsipras e i partigiani sloveni gay

Postato il 18 Marzo 2014 in grassetto, video da salgalaluna

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Circola un bel video, ironico, girato da alcuni sostenitori dell’Altra Europa con Tsipras, la lista di sinistra per le prossime elezioni europee del 25 maggio di quest’anno.
Il video gioca con un vizio tipico delle persone di sinistra: il sospetto che dietro ci sia qualcos’altro, che quello che sembra probabilmente non è, che c’è del marcio là dove meno te lo aspetti.
Le scarse notizie che finora bucano i grandi giornali sulla “lista Tsipras” parlano del resto solo di divisioni, minoritarismi, candidati che rinunciano, ecc. Non è strano quindi che una persona di sinistra, leggendo Repubblica o Il Fatto, sia attraversata dai dubbi di cui sopra.
E però basterebbe andare a vedere “alla fonte”, ovvero ad esempio sul sito ufficiale della lista, per capire quanto ci sia di vero nei timori che risalgono solo a un anno fa, ovvero quando la lista “Rivoluzione Civile”, con a capo Ingroia, fallì l’obiettivo di portare la sinistra-sinistra in parlamento.

Che differenza c’è tra l’attuale “lista Tsipras” e la lista Ingroia di un anno fa? Ce ne sono tante, di differenze. Ne elenco qui alcune:

1 - il progetto attuale ha con sé anche SEL, oltre a Rifondazione. Invece non hanno aderito i Verdi, mentre i Comunisti Italiani ne sono usciti perché non hanno candidati in lista
2 - la lista Tsipras è inequivocabilmente “di sinistra”, e non una lista “civica” senza idee (vd. anche il punto 1)
3 - il progetto attuale non ha magistrati, carcerieri, legalisti in prima fila ovunque come era nella lista “Ingroia”
4 - la lista attuale, a differenza di quella dell’anno scorso, non ha un “leader” italiano. L’unico nome scritto sul simbolo è quello di Tsipras, il leader di Syriza, candidato ufficialmente a presidente della Commissione Europea dai partiti della sinistra di tutta Europa
5 - i garanti della lista, che si sono occupati delle candidature, hanno secondo me fatto un lavoro egregio, a differenza di quelli della lista “Rivoluzione Civile”, infatti:
6 - non ci sono candidati leader o “big” di partito, né ex parlamentari o consiglieri regionali, né di SEL né di Rifondazione. I candidati “di partito” sono pochissimi, mai in cima alla lista, quasi tutti giovani: penso ad esempio a Marco Furfaro, di SEL, candidato al Centro
7 - sono candidati esponenti di tutti i principali movimenti “locali” che in questi anni si sono espressi in Italia: No Tav in Piemonte, No Muos in Sicilia, Acqua Pubblica, Scuola Pubblica a Bologna…
8 - sono candidati vari esponenti di importanti battaglie sindacali
9 - sono candidati non semplici esponenti della “società civile”, ma molti di coloro che hanno organizzato le grandi battaglie degli ultimi 13 anni, dal G8 di Genova del 2001 al referendum per l’acqua pubblica del 2011, passando per i movimenti contro la guerra, la precarietà, per l’articolo 18 o per la scuola e l’università pubblica. Penso ad esempio a Raffaella Bolini dell’ARCI, Tommaso Fattori e Luca Casarini, candidati al Centro, oppure a Claudio Riccio al Sud e Alessandra Quarta al Nord Ovest (entrambi attivisti del sito Il Corsaro ed esponenti dei movimenti studenteschi negli scorsi anni)
10 - sono candidati i migliori intellettuali italiani, tra cui cito la scrittrice Valeria Parrella e lo scrittore Ermanno Rea al Sud, l’attore Moni Ovadia al Nord Ovest, l’attore Ivano Marescotti al Nord Est

Ecco perché l’anno scorso non votai la lista Ingroia, e certamente voterò invece quest’anno la lista “L’Altra Europa con Tsipras”.

Link: | Lista Tsipras | ACT |

Il talent del movimento 5 stelle

Postato il 10 Febbraio 2014 in grassetto da salgalaluna

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Una chiave per leggere modalità e immaginario del Movimento 5 Stelle è quello dei reality show o forse ancora più esattamente dei cosiddetti talent.
Non mi riferisco al fatto che Rocco Casalino, “responsabile per la comunicazione coi media” del gruppo M5S al Senato è un ex concorrente della prima edizione del Grande Fratello (e si è distinto ultimamente per aver attaccato proprio Daria Bignardi, sua conduttrice ai tempi del reality), né alla notizia sul provino fatto una decina di anni fa da Alessandro Di Battista, uno dei più noti “cittadini deputati”, per partecipare ad Amici di Maria De Filippi.
Si tratta di una lettura per me obbligata, dopo aver visto, a partire dall’anno scorso, decine di filmati in streaming di incontri e riunioni tra “cittadini a 5 stelle”, trasmessi da bar o abitazioni private e dalle modalità del tutto simili a quelle del Grande Fratello: protagonismi, alleanze, occhiatine, pause di imbarazzo. Vi invito a vederne qualcuno per capire di cosa sto parlando: la logica stessa dello streaming sembra para para quella del voyeurismo del più famoso reality degli ultimi 20 anni.
Ma quello secondo me più significativo è il canale di comunicazione su youtube del gruppo 5 stelle del Senato, non a caso quello più “caldo”, in cui lavorano tra gli altri il noto Claudio Messora e l’altro videoblogger “Nik il nero”.
Nel canale spiccano in particolare due video, trasmessi in streaming ma chiaramente frutto di un’ideazione e regia precedente. Sono i video che raccontano l’elezione (trimestrale) del capogruppo 5 stelle al Senato, nelle ultime occasioni: quella che ha segnato il passaggio da Nicola Morra a Paola Taverna, e quella più recente, che ha deciso la staffetta tra Paola Taverna e Maurizio Santangelo.

Sono due video elaborati, con una struttura mutuata chiaramente da un talent. I deputati - cittadini sono una platea di giudici come a X-Factor: guardano i cellulari e ogni tanto sorridono imbarazzati mentre sono comunque impegnati nella valutazione dei candidati arrivati al “ballottaggio”. Il presentatore (uno dei senatori) alterna sorrisi e declamazioni seriose, mentre annuncia i due “finalisti”. Partono quindi i filmati: prima per glorificare il capogruppo uscente. Quello su Nicola Morra è retorico e martellante, sottotitolato: “è merito nostro” se sono state ottenute grandi vittorie, “è colpa loro” tutta l’attuale nequizia. E alla fine, ovviamente, “vinciamo noi”.

Quello su Paola Taverna è invece la glorificazione della cittadina-deputata-portavoce dei cittadini. Paola si alza la mattina, esce di casa, “getta la spazzatura e guarda il paese in cui vive”. Prende la macchina, parcheggiata sulle strisce, e si dirige al suo luogo di “performance”, il senato.

Seguono discorsi emozionali degli ex capogruppo.Quindi ci sono i profili dei due candidati, che provano un discorso e vengono presentati da un altro filmato, come in qualsiasi talent che si rispetti. Lo sfondo quando i cittadini parlano è simile a quello del confessionale del Grande Fratello.
Alla fine il voto, segreto, per uno dei due candidati ovviamente entrambi chiamati per nome. Lo scrutinio porta alla vittoria di uno e alla sconfitta dell’altro, che comunque si congratula. Applausi e discorso finale di ringraziamento, anche a “mamma e papà”.

Perché reality o talent e Movimento 5 Stelle (particolarmente nella sua dimenzione nazionale) sono fenomeni sulla stessa lunghezza d’onda? Secondo me perché sono due spazi, forse gli unici due, rimasti alle “giovani generazioni” per emergere. In un mondo del lavoro fondato su gerontocrazia e precariato e in una politica chiusa tra correnti e consorterie, per emergere rimangono, oggi, due sole strade: riuscire ad entrare nel mondo della televisione governato dal paternalismo di Maria De Filippi & co. oppure nel mondo della politica grazie ai padri-padroni Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. In entrambi i casi è possibile esprimere il proprio “merito”, vilipeso nel mondo reale e finalmente riconosciuto.

Tra i banchi e le banche

Postato il 1 Febbraio 2014 in grassetto da salgalaluna

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A proposito dell’approvazione del cosiddetto decreto “IMU-Bankitalia” lo scorso mercoledì, ho provato davvero a capirci qualcosa, con molta difficoltà. E’ difficile infatti farsi un’idea basata sui fatti, laddove giornali e opinionisti sono così strettamente legati alla politica e alle fazioni in campo. Provo a ricapitolare quanto ho capito.
Le questioni in campo sono due: quella di metodo e quella di merito.

Il metodo

I giornali si sono concentrati sulla “prima volta”. Sarebbe infatti successo mercoledì sera, “per la prima volta” che il presidente della Camera Laura Boldrini applicasse la cosiddetta “ghigliottina”, ovvero mettendo il provvedimento in votazione senza far terminare tutti gli interventi previsti, allo scopo di non far scadere il decreto.

Sicuramente è odioso il giustificazionismo della presidente della camera e di tanti deputati della maggioranza, nonché di varie testate, che hanno sostenuto che, senza quell’atto, “gli italiani avrebbero dovuto pagare l’IMU”. Innanzitutto infatti non si tratterebbe di una ragione superiore all’ordine democratico: gli “italiani” hanno pagato l’IMU in passato e probabilmente lo faranno in futuro. In secondo luogo, come noto, i gruppi di opposizione avevano fatto proposte per tempo allo scopo di separare la questione dell’IMU da quella di Bankitalia e addirittura proposto un provvedimento immediato sull’IMU con coperture proprie.

Altro tentativo giustificatorio della scelta di Laura Boldrini e del suo ufficio è stato quello di ricordare come al Senato la “ghigliottina” (ovvero il taglio degli interventi di opposizione) sia stata usata più volte. Scopro oggi, grazie ad un articolo di Elettra Deiana sul sito di SEL, che il regolamento del senato prevede espressamente questa prerogativa, mentre alla Camera non è prevista. Solo una volta, l’ex presidente Luciano Violante, sostenne che avrebbe potuto utilizzarla “per analogia” con il Senato, ma non è scritto in nessun atto regolamentare della Camera.

La mia conclusione è quindi che, nel metodo, il comportamento tenuto dalla presidenza della Camera è completamente errato. Questo nonostante giudichi l’”assalto” ai banchi del governo da parte dei “grillini” e dei deputati di Fratelli d’Italia una pagliacciata e alcuni episodi, come gli insulti sessisti ad alcune deputate, decisamente gravi.

Il merito

Molto più complesso il giudizio sul provvedimento, in particolare sulla parte relativa alla Banca d’Italia. In rete persone e reti di sinistra linkano la “spiegazione” del blog ultraliberista “noise from amerika”, il sito del corriere “spiega” concludendo: “per l’Italia comunque avere banche solide è un elemento di forza in Europa”, molti confondono le acque, il post propone uno dei suoi “spiegoni” abbastanza ben fatto.
Come spiegato in questo articolo, il decreto origina da una decisione presa a livello europeo. Il Basel Committee on Banking Supervision ha infatti previsto un pacchetto di riforme, note come “Basilea 3″, che impongono, dal 1 gennaio 2014, una rivalutazione e consolidamento dei capitali delle banche centrali dei paesi europei.

E’ in base a questo input europeo che il decreto prevede la “rivalutazione” del capitale di Bankitalia da 156mila a 7,5 miliardi di euro. “Basilea 3″ prevede inoltre che una singola banca possa possedere al massimo il 5% delle azioni, mentre il decreto italiano impone una soglia ancora più bassa: il 3%.

Attualmente fa parte del capitale di Banca d’Italia una serie di istituti bancari, assicurativi e previdenziali. Nel 1936, quando il capitale venne formato, questi enti erano di proprietà pubblica. Ma negli ultimi decenni l’”internazionalizzazione” ha spinto le banche alla privatizzazione e alla fusione: la conseguenza è che il capitale della Banca d’Italia si è concentrato in un numero minore di azionisti, quasi tutti privati.
In particolare due grandi istituti bancari (Intesa San Paolo e Unicredit) possiedono molte più azioni del 3%: rispettivamente il 30,33 e il 22,11. Grazie al decreto saranno quindi costrette a vendere il surplus di azioni, che - in caso non trovassero acquirenti sul mercato - possono essere rilevate, temporaneamente, dalla Banca d’Italia. E’ così che potranno avere un incasso “liquido” di oltre 4 miliardi di euro. Sui guadagni percepiti le banche dovranno pagare le tasse, quindi il tesoro incasserà - a seconda delle fonti - da 900 milioni a 1,1 miliardi, che sono destinati dal decreto a compensare parzialmente l’abolizione della seconda rata dell’IMU.

Il controllo politico (e di nomina) su Bankitalia, nonostante il capitale sia in mano ai privati, spetta e continuerà a spettare al governo (in particolare al Tesoro) e al parlamento.

Il decreto quindi non prevede nessuna “privatizzazione” di Bankitalia: questa argomentazione è del tutto falsa. La banca centrale era un ente di diritto pubblico proprietà di privati, tale resterà.
La Banca d’Italia ha e dovrebbe continuare ad avere dei “profitti” (parzialmente dovuti all’emissione della moneta, ovvero a quello che volgarmente si chiama “signoraggio”), che annualmente gira in parte al Tesoro, in parte mette nella riserva. Una quota della riserva (non superiore al 4% del capitale) viene versata ogni anno agli azionisti, ovvero a banche e istituti assicurativi e previdenziali, come dividendi. La quota della riserva che la Banca d’Italia può dare agli azionisti, con il decreto approvato mercoledì in aula, passa dal 4 al 6%, per il futuro.

Si tratta quindi di un “regalo alle banche”, come sostengono Movimento 5 Stelle, SEL, Fratelli d’Italia e Lega? Secondo il Ministero dell’economia no, ma è indubbio che alcune banche (quelle più grandi, con una quota superiore al 3%) avranno un beneficio tangibile enorme, perché per la prima volta potranno vendere le quote (rivalutate) di Bankitalia. Per tutti gli altri azionisti il “regalo” è “solo” contabile, nel senso che potranno iscrivere a bilancio le quote maggiorate, senza però poterle trasformare in “liquido”. Tutti gli azionisti, inoltre, potranno ricevere in futuro una quota maggiore degli introiti della Banca centrale, grazie al decreto. La mia convinzione è che quindi è sostanzialmente vero che il decreto permette un regalo alle banche.

Veniamo quindi al punto più difficile: chi ci perde? La “rivalutazione” del capitale di Bankitalia, ovvero i 7,5 miliardi di euro, da dove vengono? I soldi provengono dalla riserva della banca centrale, che a fine 2011 era pari a oltre 128 miliardi di euro, che quindi si ridurrebbe. Ma a che servono quei fondi, ovvero per cos’altro potrebbero servire?

Leggiamo sul sito della Banca d’Italia:

L’importanza delle riserve ufficiali nazionali è riconducibile in primo luogo alla possibilità che la BCE richieda, al verificarsi di determinate condizioni, il conferimento di ulteriori riserve. Inoltre, le riserve nazionali consentono alla Banca d’Italia sia di espletare il servizio del debito in valuta del Tesoro (evitando così eventuali effetti distorsivi sul mercato) sia di adempiere agli impegni nei confronti di organismi finanziari internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale. Da ultimo, quale parte integrante delle riserve dell’Eurosistema, le riserve nazionali contribuiscono a sostenere e ad alimentare la credibilità del Sistema europeo di banche centrali.

Il risultato della gestione delle riserve nazionali contribuisce alla formazione del bilancio ed alla preservazione della solidità patrimoniale dell’Istituto a fronte dei rischi cui questo è esposto nello svolgimento delle sue attività istituzionali.

Pertanto, la gestione si pone come obiettivi principali il mantenimento del valore e la liquidità delle riserve stesse. Inoltre, in virtù della crescente importanza delle riserve valutarie come parte integrante del patrimonio, la gestione persegue la massimizzazione del rendimento nel rispetto di limiti di rischio ritenuti accettabili.

L’attività di gestione delle riserve ufficiali nazionali è sottoposta - alla stregua dell’attività di investimento del portafoglio in euro - al divieto di finanziamento monetario previsto dall’ art. 101 del Trattato. Sono vietati, pertanto, gli investimenti sul mercato primario in titoli emessi da stati membri e da istituzioni dell’area dell’euro; gli stessi investimenti effettuati sul mercato secondario sono sottoposti a soglie di monitoraggio.

In sostanza sembrerebbe, come indicato da alcuni giornali, che le riserve non potrebbero essere utilizzate a scopi diversi, per cui mi sembra errato dire, come molti hanno fatto, che i soldi sono stati “sottratti alla collettività”, anche se ovviamente una scelta politica diversa, a livello europeo, avrebbe potuto e potrebbe cambiare le regole generali e imporre alle banche centrali di usare una quota di quelle riserve per finanziare, ad esempio, la spesa e gli investimenti pubblici.



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