il blog di lorenzo cassata

104 - Il peso della grazia

Postato il 18 Settembre 2012 in letti/riletti, my generation da salgalaluna

“Il peso della grazia” è l’ultimo romanzo di Christian Raimo, edito da Einaudi e in vendita dal 18 settembre per 21 euro.

Si tratta, voglio dirlo subito, di un libro importante.

Partiamo dalla trama.

Giuseppe e Fiora sono i protagonisti e il libro racconta, con gli occhi i pensieri e le parole di Giuseppe, il rapporto che si sviluppa tra i due.

Si conoscono al pronto soccorso del Policlino a Roma. Giuseppe, ricercatore (fallito?) delle fiamme, da poco convertitosi al cattolicesimo, è lì perché accompagna Lubo, operaio polacco. Comincia lì, da alcuni sguardi in ospedale, un’intensa forte e travolgente storia d’amore, intervallata dalle vicende e dai pensieri di Giuseppe, antieroe che affannosamente cerca di vivere nel mondo che è attorno a lui, ma che non è suo.

Nelle oltre 400 pagine si raccontano tante cose. In primo luogo la città di Roma per come è oggi, slabbrata e dominata da un’immensa periferia in cui ci si perde mollemente. Si raccontano gli immigrati che vivono sciattamente con caparbia, unici compagni degni di Giuseppe. Si racconta la generazione dei trenta-quarantenni (Christian Raimo è uno degli animatori di TQ, il movimento che cerca da un paio di anni di dare senso proprio a questa generazione: la sua, la mia, la nostra), i loro rapporti con i genitori, con il lavoro (meravigliosi i tre colloqui che Giuseppe affronta autosabotandoli), con la religione, con Internet.

C’è uno sforzo, nel libro, di raccontare poi uno spicchio in particolare: quello dei “ricercatori precari”, stretti sotto la morsa dei baroni, sessanta-settantenni di sinistra che si fanno (ad esempio) copiare le email su file Word per averle riformattate e stampate in bella forma.

Per tutto questo e per come è scritto, “Il peso della grazia” è un libro che bisogna leggere. Perché racconta l’oggi e un poco di domani, senza insulse consolazioni e con la capacità di non rimanere prigioniero di inutili depressioni.

P.S. Martedì 18 settembre esce in edicola il primo numero del nuovo quotidiano “Pubblico“. Christian Raimo si occupa dell’inserto culturale del giornale, che si chiamerà “Orwell” e sarà allegato ogni sabato a “Pubblico”.

103 - Eseguendo la sentenza

Postato il 20 Luglio 2012 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

Si parla tanto di trattativa, in questi giorni. Della trattativa che lo Stato italiano avrebbe condotto nel 1992-1993 con la mafia siciliana.
Sarebbe l’ennesima trattativa che la nostra repubblica ha sotterraneamente condotto con criminali di diversa risma. Molte volte questi accordi sottobanco sono poi venuti alla luce (si pensi al sequestro Cirillo da parte delle Brigate Rosse, al cosiddetto “Lodo Moro” sui palestinesi in Italia, alla fuga di Kappler…), molte altre sono rimasti nell’ombra.
Per 55 giorni del 1978, dal 16 marzo al 9 maggio, le Brigate Rosse, all’apice della propria attività e del proprio consenso, tennero sequestrato Aldo Moro, all’epoca presidente della Democrazia Cristiana.
Attraverso i loro comunicati e le lettere di Aldo Moro, le BR cercarono di intavolare, appunto, una “trattativa”, che non cominciò mai veramente. Furono tentate, in quei giorni (e lo ricapitola bene Miguel Gotor nel suo bel libro sulle lettere di Moro), trattative segrete, come tante ce ne erano state e tante ce ne sono state dopo. Ma le BR volevano un riconoscimento e una trattativa pubblici. Una cosa impensabile per i democristiani, peraltro incalzati dagli ancora più intransigenti comunisti, che proprio il 16 marzo votarono per la prima volta (appoggio esterno) dal dopoguerra un governo monocolore democristiano.
Giovanni Bianconi
, in questo libro uscito nel 2008, a 30 anni di distanza dagli eventi raccontati, è bravo a ricapitolare in ordine le cose successe in quei giorni, dai diversi punti di vista. Quelli dei palazzi del potere, quelli delle case dei brigatisti, quelli dei familiari e amici di Aldo Moro.
Come altri libri dello stesso autore, si legge con piacere una storia di cui si sa tanto, ma che per la sua centralità nella politica italiana continua ad interessare, anche nei suoi lati “oscuri” (che ci sono, anche se Bianconi tende ad accantonarli per concentrarsi sul tanto che è noto).

102 - L’aspra stagione

Postato il 22 Maggio 2012 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

Questo libro racconta alcuni anni cruciali della storia italiana, gli anni di passaggio dai ‘70 agli ‘80. Li racconta attraverso la scrittura bella, anche se a tratti un po’ pomposa, di Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale. E li racconta seguendo il percorso professionale di un cronista dell’epoca: Carlo Rivolta. Con quel cognome così, non poteva che rimanere legato a un periodo di insurrezione, come fu quello del ‘77, l’anno in cui scrisse di più e (forse) meglio.

Carlo Rivolta inizia come giornalista giovanissimo all’Avanti, per passare subito dopo a Paese Sera, palestra di tantissimi cronisti romani che tuttora scrivono sui quotidiani. Nel ‘75 è pronto per un nuovo giornale che si affermerà velocemente tra i lettori di sinistra: La Repubblica.

La Repubblica conquista già dopo un anno di vita 100mila lettori, ma non bastano. Servono i “giovani”, e Carlo Rivolta è il loro cronista. Racconta la loro musica, le loro passioni, le loro droghe e i loro progetti politici. Lo può fare perché è bravo nel suo mestiere e anche perché vive lui stesso quelle esperienze insieme alla sua generazione.

Come tanti di quella generazione, Carlo Rivolta non si adatta al 1978, ovvero alla fine del sogno, rappresentata brutalmente dai 55 giorni del rapimento di Aldo Moro. E’ in quei due mesi che si certifica la fine del “movimento”. Da lì in poi le strade aperte rimangono due: la pistola e la spada (ovvero la dose di eroina). Molti sceglieranno una di quelle due opzioni, entrambe mortali. Carlo Rivolta non amava i “lottarmatisti”, ma nemmeno si piegò alla “fermezza” che il rapimento di Moro impose alla maggior parte dell’establishment. Quei giorni furono anche la fine del sogno di “Repubblica”, che, nato come giornale indipendente e “liberal”, si sposta per diventare il nuovo quotidiano di fatto dei comunisti italiani.

Gli anni successivi sono anni di disastri, tra ammazzamenti e morti di overdose. Il terremoto dell’Irpinia nell’80 e il povero Alfredino sepolto vivo a Vermicino: sono tra gli ultimi eventi seguiti da Carlo Rivolta, cronista, prima della forse inevitabile morte a soli 32 anni.

“L’aspra stagione” si chiude nel 1982, cioè con i mondiali di calcio vinti dall’Italia, che Rivolta non ha potuto seguire. Nei festeggiamenti, finalmente dopo anni, non ci sono nemici interni e gli italiani scendono in strada, come liberati.

Il libro è bello, ben scritto, racconta tante cose che già sapevo ma le mette in fila, inquadra un periodo di transizione come tanti, forse come quello che stiamo vivendo anche ora. Un periodo che personalmente ho vissuto bambino: è infatti nelle pieghe dei ricordi personali che si infilano molti degli eventi ricordati.

Alla fine del libro ci sono spunti per continuare a leggere di quegli anni, io riporto qua sotto un brano del libro, che è in realtà un pezzo di un articolo scritto da Carlo Rivolta per la rivista Linus nel luglio del 1977, e che spiega secondo me meglio il ‘77 di tanti scritti che ho letto, passati e recenti.

Link: lo storify con notizie e recensioni sul libro.

101 - Dove finisce Roma

Postato il 15 Maggio 2012 in letti/riletti, roma cronache, memoria da salgalaluna

Ida è una ragazza sarda, emigrata bambina nella Roma degli anni ‘30. A Centocelle si trova a diventare una staffetta partigiana durante l’occupazione tedesca della città, e un giorno, braccata dai nazisti, si rifugia nei cunicoli del quartiere (forse gli attuali sotterranei del Forte Prenestino?).
E’ lì, soffrendo la fame, ricorda e ragiona sulle sue scelte, la sua storia, i suoi sentimenti.
Il romanzo d’esordio di Paola Soriga è una piccola perla, contemporaneamente una fotografia di Roma mentre diventa metropoli, una descrizione del rapporto di una donna emigrata dalla Sardegna con Roma, città di adozione (oggi, nello stesso quartiere di Centocelle, si notano somiglianze incredibili con le storie dei migranti dal Sud del mondo), la storia della lotta partigiana diffusa e popolare.
Paola Soriga fa tutto questo usando un linguaggio particolare, parlato, intrecciando discorso diretto e pensieri, lingua italiana e idiomi regionali (sardo e romanesco). Lo fa utilizzando la prospettiva e il modo di esprimersi di una ragazza, una donna, nel pieno della sua formazione, anche sentimentale. Un modo di raccontare che spesso commuove, emoziona, coinvolge il lettore.
Davvero un bell’esordio. Da leggere.

Lo storify con notizie, recensioni, interviste su “Dove finisce Roma”.

Il romanzo del segreto di Piazza Fontana

Postato il 2 Aprile 2012 in letti/riletti, visti/rivisti, memoria da salgalaluna

Lo scorso weekend è uscito nelle sale cinematografiche italiane il nuovo film di Marco Tullio Giordana. Si intitola “Romanzo di una strage” e dichiara di essersi ispirato al libro (uscito nel 2009) di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di Piazza Fontana”.
Avendo una discreta “passione” per l’argomento, avevo letto il libro a suo tempo e ho subito visto il film. Ho inoltre letto immediatamente l’instant e-book a firma Adriano Sofri, uscito sabato 31 marzo. Quest’ultimo pdf, scritto dall’ex leader di Lotta Continua, ha l’intento di criticare punto per punto il libro, cogliendo l’occasione dell’uscita del film.

Tralasciando le polemiche trite lascio qui alcune considerazioni:

- Il film non mi è piaciuto. Gli attori sono bravi, ma la storia e il soggetto sono secondo me “fuori fuoco”. Invece di fare un film sulla strage di Piazza Fontana, si è preferito fare un film sul commissario Calabresi e, in contrapposizione, sull’anarchico Pinelli. Rimarrà come tale e forse in quel modo ha un senso, ma allora almeno si doveva titolare diversamente.

- Le figure dei due protagonisti sono semi-santificate. Entrambi (il poliziotto Calabresi e l’anarchico Pinelli) sono ritratti come brave persone, padri di famiglia e vittime di un “sistema” di potere oscuro e invisibile. Furono invece entrambi parte di una lotta tra poteri e movimenti, una lotta che in quegli anni coinvolse uomini e donne. La visione (veltroniana) degli anni ‘70 come “anni di piombo” in cui un “ente oscuro” uccideva le brave persone, di cui si trova ampia traccia nel film di Giordana, è secondo me uno dei grandi problemi della “sinistra” italiana e in questo la conclusione dell’instant ebook di Sofri mi trova pienamente concorde.

- La morte di Pinelli non viene mostrata. Quindi rimane allo spettatore (come succede da 43 anni) farsi un’idea su come possa essere precipitato dal 4° piano della questura di Milano. Stesso dicasi per la presenza o meno del Commissario Calabresi nella sua stanza al momento della “caduta” di Pinelli.

- La morte di Calabresi nemmeno viene mostrata. Anche se si dice nei titoli di coda che per quell’omicidio è stato condannato il vertice di Lotta Continua, da come si dipana il film sembrerebbe che Calabresi sia stato ucciso per avere intuito la “verità” su Piazza Fontana. Ma da chi? Dalle oscure forze del male, probabilmente?

- Il libro di Cucchiarelli c’entra poco con il film, che sembra più ispirato dal libro di Mario Calabresi. Delle ipotesi molto fantasiose che Cucchiarelli fa nel suo libro per colmare i “buchi” nelle indagini su Piazza Fontana, ne rimane nel film una sola, quella principale. Ovvero la presenza di due bombe dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura, una anarchica e l’altra fascista (o addirittura, come si arrischia nel film l’attore che interpreta Federico Umberto D’Amato) una fascista e l’altra ancora più fascista.

- Il libro di Cucchiarelli per me è un libro importante. Lo è perché ricapitola in modo chiaro quasi tutti i punti oscuri delle indagini. E perché recupera e pubblica documenti e foto che servono a dare un quadro più chiaro di tanti altri libri che danno per scontate troppe cose. E’ un libro importante, ma “avventato”, come sostiene Adriano Sofri nel suo instant ebook e come già evidenziato negli anni dai pochi (ma esperti) recensori.

- Quali sono le pecche del libro di Cucchiarelli? Il difetto principale è quello di presentare una “verità” del tutto ipotetica e in gran parte anche irragionevole, fatta di doppioni e raddoppi. Le ipotesi che fa Cucchiarelli sono troppe e tutte insieme. Se si fosse infatti limitato alla teoria della “doppia bomba” avrebbe attirato meno critiche e più dibattiti sereni. Avendo invece avuto la pretesa di introdurre un doppio taxi (che Sofri dimostra abbastanza indubitabilmente essere una sciocchezza), di dare nomi e cognomi a alcuni fascisti secondo lui direttamente implicati negli attentati, di accusare gli anarchici di essere ingenui attentatori per quel 12 dicembre, il tutto con pochissimi indizi, è facile comprendere perché sia stato preso poco sul serio da chi si occupa da anni di quelle vicende e anche del perché abbia attirato il risentimento di chi si è sentito accusato direttamente.

- il libretto di Sofri è interessante e (ovviamente) ben scritto, se pure necessiterebbe ancora di un bell’editing per essere davvero godibile. Ne emerge però un livore francamente esagerato contro Cucchiarelli e un inalterato odio per la questura milanese. A parte Calabresi (di cui parla il meno possibile) infatti dallo scritto di Sofri traspare una violenza verbale contro il capo dell’ufficio politico di allora Allegra e alcuni dei poliziotti presenti la notte che Pinelli morì che certamente lascia perplessi, a 42 anni e 4 mesi di distanza (non 43!)

- infine ci tengo a ribadire quanto già noto a chi si interessa della vicenda di Piazza Fontana: la strage, è ormai accertato, è stata compiuta da militanti di estrema destra, gravitanti intorno a Ordine Nuovo nel Triveneto e a Milano, con la probabile complicità di ex elementi di Avanguardia Nazionale a Roma. La strage aveva l’obiettivo di favorire un colpo di stato, un putsch in stile greco al quale l’estrema destra credette fino al 1974.

100 - Il Terzo Testamento

Postato il 9 Dicembre 2011 in letti/riletti da salgalaluna

Se avete letto il “Codice da Vinci” di Dan Brown e vi ha appassionato nonostante la trama traballante e la scrittura (o traduzione?) incerta, o se non lo avete letto perché lo avete ritenuto troppo commerciale, ecco la soluzione: leggete “Il terzo testamento”, appena uscito per le edizioni “Giuntina”. L’autore, Luigi Spagnolo, è un filologo, appassionato di testi antichi e della loro interpretazione, nonché di anagrammi.

“Il terzo testamento” è un libro dalla trama avvolgente, scritto in ottimo italiano e pieno di legami con il presente.

Il romanzo è ambientato nella periferia romana. Il protagonista è un parroco, Paolo Lugignis, e quello che gli accade intorno (un campo rom che non piace a una parte degli abitanti del quartiere, un centro sociale trotzkista, una ragazza con problemi ad accettare la malattia del fratello piccolo).
Don Paolo viene incaricato da un alto prelato di tradurre e interpretare un documento davvero incredibile, appena ritrovato in Palestina. Si tratta di un “vangelo” scritto in forma autobiografica, l’autore dovrebbe essere il misterioso Giuseppe di Arimatea.
Mentre legge e scopre verità incredibili, Don Paolo si pone domande su se stesso e sul suo passato: chi è lui veramente? Perché ha scelto di diventare prete? Cosa ne è stato della ragazza che aveva amato? Come deve comportarsi con la madre in fin di vita?
Don Paolo riflette e arriva alla conclusione dei propri tormenti proprio mentre finisce di tradurre lo scottante documento, aiutato anche dalle sedute di psicoterapia con il professor Mattia Levi.

99 - Cronaca criminale

Postato il 28 Novembre 2010 in letti/riletti da salgalaluna

Pino Nicotri è un bravo giornalista, di lungo corso. Da quello che scrive si respira il piacere di indagare e di scoprire che evidentemente non gli manca.

In questo libro (non è certo il primo) Nicotri ricostruisce le vicende della cosiddetta “Banda della Magliana”, per anni ignorate o sottovalutate dagli organi di polizia e dalle indagini della magistratura, oggi famose grazie al magnifico romanzo di De Cataldo, al film di Michele Placido e soprattutto all’ottima serie tv.

Al di là della fiction da questo libro emergono alcuni elementi di fondo. Il primo è la differenza tra l’enormità e la quantità di reati commessi dalla “banda” e l’entità delle sanzioni giudiziarie: tardive, sfilacciate, incomplete.

Del resto dalla lettura del libro emerge un altro dato importante, che riguarda la lettura dell’intera traiettoria delle vicende criminali romane. Mentre infatti è ormai a tutti nota la storia della nascita e degli anni dello sviluppo della banda a cavallo tra anni ‘70 e anni ‘80, dopo tutto diventa più complicato e difficile anche da raccontare. Il libro di Pino Nicotri ne risente. La vicenda criminale non si è infatti esaurita con la morte di Franco Giuseppucci (il “negro” o romanzescamente “il libanese”). E’ anzi nei pieni anni ‘80 e con strascichi nei decenni successivi (probabilmente ancora oggi) che Roma viene sommersa dai soldi della Banda della Magliana, reinvestiti in locali, edifici, palestre. E sui “faccendieri” la luce non è ancora accesa.

Un punto di debolezza del libro è quello che riguarda il livore contro Chi l’ha visto? e le tesi sostenute negli ultimi anni dalla trasmissione di Raitre rispetto al sequestro di Emanuela Orlandi e al presunto coinvolgimento della Banda (in particolare di Enrico De Pedis) nella vicenda. Troppo spazio è dedicato a cercare di mettere in ridicolo le “confessioni” di Sabrina Minardi a Raffaella Notariale (peraltro stampate in un libro uscito anch’esso di recente). Nicotri non si limita a confutare gli “scoop” di Chi l’ha visto?. Si accanisce e lancia sospetti, senza peraltro che si capisca a quale scopo la redazione di Chi l’ha visto? stia volutamente da anni trasmettendo notizie false.

Il libro è comunque un ulteriore contributo a cercare di capire l’Italia in cui abbiamo vissuto, che non è altro che la stessa Italia in cui viviamo oggi.


Cronaca Criminale

98 - Gli intervistatori

Postato il 16 Novembre 2010 in letti/riletti da salgalaluna

Un buon libro deve avere un buon inizio. E “Gli intervistatori” non ha solo un buon inizio. Ne ha tanti. Ogni capitolo reinizia folgorante, portandoci dentro la vita misera e di scarsa dignità dei vari personaggi. Un’insegnante di basket, un professore di scuola, un inventore di nuovi gusti di gelato. E altri ancora. Tutti messi di fronte alle proprie meschine esistenze da un gruppo di “intervistatori” dalla voce robotica e dall’eloquio mellifluo.

Il mistero dei “rapimenti” a scopo di colloquio si infittisce quando uno dei “rapiti”, Ivano Argentero, finanziere da scrivania, cerca di venirne a capo. In modo confuso si trova perduto in uno dei posti più irreali dell’Italia di oggi: l’entroterra calabro, tra paesi abbandonati, il mare che si fonde con il cielo e case tirate su a metà.

“Gli intervistatori” si legge tutto d’un fiato, aggrappati alla scrittura angosciosa e divertente, perché cinica, di Fabio Viola.


Titolo: "Gli intervistatori" di Fabio Viola — Booktrailer di Monica Mazzitelli

97 - Lettere dalla prigionia

Postato il 10 Ottobre 2010 in letti/riletti da salgalaluna

Il libro, uscito due anni fa per Einaudi (da qualche tempo anche in edizione economica), contiene il corpus attualmente disponibile e certamente ancora incompleto delle lettere scritte da Aldo Moro nel “carcere” delle Brigate Rosse durante i 55 giorni in qui fu sequestrato, tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978.
E’ un libro importante per vari motivi.
Un primo motivo è la possibilità di leggere le lettere che Moro scrisse in un ordine cronologico sufficientemente attendibile, grazie alla cura di Miguel Gotor, che colloca nel tempo - numerandoli - gli scritti del prigioniero. E le lettere di un politico del rango di Aldo Moro da una “prigione” sono tra i documenti più incredibili ed interessanti dell’intero Novecento italiano. Paragonabili, anche se solo per alcuni aspetti, alle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci.
Il secondo motivo è che quelle lettere sono belle. Lo sono quelle scritte ai familiari, ma a loro modo anche quelle a politici e collaboratori. Lo sono nel loro stile a volte involuto, ma sempre netto. Lo sono per la dolcezza mischiata con gli accenni a piccole cose materiali.
L’epistolario unidirezionale di Moro dalla prigione riporta peraltro a un tempo che fu e che probabilmente non sarà più. Un tempo in cui esistevano le lettere scritte a mano, le “brutte copie” e i  “dattiloscritti”, pezzi di carta su cui si inserivano i propri pensieri. Quei pensieri venivano (forse) recapitati chissà quando e chissà come (quella che Gotor chiama la “censura brigatista” è solo una forma più forte della “censura” che le Poste Italiane hanno praticato per decenni, recapitando la corrispondenza non sempre e con ritardi incomprensibili).
Un ulteriore motivo per leggere questo libro è il lungo saggio che lo conclude, di Miguel Gotor, che insieme all’apparato di note, cerca di analizzare le lettere di Aldo Moro da diversi punti di vista, cercando di rifuggire da letture faziose e parziali.
Gotor scarta alcune ipotesi, ne smonta altre, ma ne fa altrettante. Non sempre mi sembrano convincenti, ma poiché Gotor parte dalla lettera degli scritti del leader democristiano assassinato e non da sue astratte convinzioni, sono tutte ipotesi molto suggestive.
Provo qui a riassumere alcuni punti fermi secondo l’analisi del curatore:
1) non ha senso la distinzione che ci fu (e che in parte continua, nella lettura storica e politica del “caso Moro”) tra “Fronte della fermezza” e “Fronte della trattativa”.
E’ evidente che una trattativa (o un inizio di trattativa) ci fu. Coinvolse in particolare il Vaticano e il Partito Socialista, ma fu sostenuta e avallata dal governo e da tutte le forze politiche (compresa la Dc e incluso il Pci, che ufficialmente formavano il “partito” dell’intransigenza). I dettagli della trattativa sono ancora non completamente noti solo a causa della reticenza a parlarne dei vari attori.
2) E’ peraltro un fatto che la trattativa fallì. Moro fu ucciso proprio nei giorni in cui pareva che lo “scambio” potesse finalmente partire.
Perché? Ovviamente è una domanda senza risposta. Una possibile (quella in cui Gotor sembra credere di più) è quella secondo cui la trattativa non è affatto fallita. In realtà lo “scambio” comportò l’occultamento delle carte di Moro. E dall’altro lato, forse, l’impunità di qualche brigatista (il libro ricorda ad esempio il destino “privilegiato” di Alessio Casimirri, condannato per il rapimento Moro e tuttora latitante in Nicaragua).
3) Allo stesso modo non ha senso interrogarsi sull’”autenticità” o meno delle lettere di Moro. Quelle lettere sono un “impasto” di pensieri “veri” del prigioniero e di condizionamenti da parte dei carcerieri. Pur non potendo sapere esattamente quali furono i rapporti tra brigatisti e Moro all’interno della “prigione”, Gotor mostra come l’”officina brigatista” presumibilmente operasse, semplicemente analizzando i testi nelle loro differenti versioni. Secondo Gotor Moro scriveva le lettere. Queste venivano trascritte (da Gallinari) alla macchina da scrivere, portate (da Moretti) all’esecutivo delle BR che, se necessario, chiedeva delle integrazioni o modifiche. A quel punto, nel caso, Moretti avrebbe chiesto a Moro di “aggiustare” alcuni passi.
Tutto questo è solo parzialmente dimostrato dall’analisi di Gotor, peraltro mancando i manoscritti originali di quasi tutti i testi essendo difficile avere vere e proprie “prove”.
Del resto, come ben illustra Gotor, il “controllo” del prigioniero avvenne in molti modi, che non necessitavano la “dettatura” delle lettere: filtrando l’informazione che Moro aveva di quello che accadeva “fuori”, recapitando alcune lettere e altre no (ma magari facendo credere a Moro di averle inviate tutte), ritardando o anticipando a seconda della convenienza la diffusione di alcune lettere, inviando alla stampa le lettere che Moro avrebbe voluto rimanessero riservate.
4) Moro, pur sottoposto al “dominio incontrollato” delle BR, non smise mai, secondo Gotor, di cercare i modi di sfuggire al controllo dei suoi carcerieri, facendo trapelare messaggi “tra le righe” o indicazioni occulte. A volte ci riuscì, a volte no. E infatti i brigatisti non recapitarono gran parte delle lettere che Moro scrisse.
5) Moro fece politica anche in una situazione oggettivamente “anomala” come quella in cui si venne a trovare, rinchiuso in una stanzetta per quasi due mesi.
Fece politica perché era la sua vita. E non smise fino all’ultimo giorno, con le lettere e il “Memoriale”. Scrivendo. Cercando ostinatamente di mantenere “l’uso del discorso nel cuore del terrore” (come titola il suo saggio Gotor, citando un articolo di Calvino del maggio ’78).

Alcuni link di approfondimento: | Le lettere pubblicate sul sito di Macchianera | il Memoriale di Moro (dal sito di Roberto Bartali) | il fumetto pubblicato da “Metropoli” nel 1979 (dal sito di Roberto Bartali) | una lettera di Moro alla moglie (video dal sito “La Storia siamo noi”) | Dal sito brigaterosse.org i comunicati delle BR durante il sequestro Moro: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 e 9.

96 - Il Metodo Puffetta

Postato il 9 Settembre 2010 in letti/riletti da salgalaluna

Comprare questo libro è davvero conveniente. Al prezzo di un solo volume si acquistano infatti due saggi.

Questo perché Silvia Pingitore, già promettente esordiente con un divertente e grottesco romanzo sul liceo artistico di via Ripetta a Roma, ha voluto strafare.

Il primo saggio contenuto nel “Metodo Puffetta” è un interessantissimo e spassoso studio sulla storia sociale dei Puffi, dalla nascita al successo. Le vicende personali di Peyo, il disegnatore belga, assatanato di pregiudizi antiamericani (ma è solo grazie a Hollywood e alla trasposizione tv di Hanna & Barbera che i Puffi li conoscono tutti), si intrecciano con le analisi dettagliate sull’accoglienza degli omini blu da parte del pubblico, dalle collezioni di pupazzetti fino ai fan club su Facebook.

Il secondo saggio del “Metodo Puffetta” è invece una spassosa e documentata prolusione femminista, con la “Puffetta” come idealtipo di donna priva di qualsiasi interesse o vivacità (ma paraculissima) come bersaglio, vista dall’autrice come uno dei maggiori pericoli per l’umanità.

Passando dal romanzo al saggio, lo stile di scrittura di Silvia Pingitore si conferma godibilissimo, con tratti di genialità. Ad esempio l’idea di inserire nella serissima bibliografia (ma attenzione: ci sono anche la discografia, la webografia e la filmografia!) il Bignami della Divina Commedia, oppure i ringraziamenti finali, ai meccanici “Giovanni e Massimiliano Paoli per avermi aggiustato il motorino”.



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