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il blog di lorenzo cassata

111 - La banda della culla

Postato il 21 Novembre 2015 in letti/riletti da salgalaluna

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Tre coppie, nel 2015, alle prese con l’idea di avere figli. Solo che in Italia, con le leggi che hanno triturato i diritti sul lavoro, mentre quelli individuali sono a un livello medievale, fare figli è una questione difficile e per affrontarla forse la soluzione è proprio creare una “banda” che si aiuta e affronta collettivamente i rischi.

Lo stile satirico di Francesca Fornario si piega a un racconto pieno di eventi drammatici e riflessioni commoventi. Da leggere.

La prossima presentazione del libro si terrà martedì 24 novembre alle 19.30 al nuovissimo circolo ARCI Sparwasser, a via del Pigneto 251.

| Il primo capitolo del libro sul Fatto Quotidiano | Il secondo capitolo sull’Espresso | | Il sito di Sparwasser | L’evento della presentazione su Facebook |

110 - Storie di GAP

Postato il 7 Febbraio 2015 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

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Questo saggio storico, scritto molto bene e in modo rigoroso, fa sommessamente chiarezza sui GAP (Gruppi di Azione Patriottica), formazione armata di partigiani “cittadini” creata dal Partito Comunista durante la Resistenza italiana.

Attraverso documenti interni, memorie scritte e orali dei protagonisti, analisi dei fatti, Santo Peli rivela quanto ci fosse di vero e di falso nelle leggende costruite negli anni sui GAP.

Per la propaganda comunista e resistenziale, costruita nei giorni in cui operavano e mai “smentita” o ridimensionata davvero, sono stati eroici e valorosi combattenti, efficienti e audaci, pronti a morire per la causa.

Per gli anticomunisti e neofascisti, fin da quei giorni, i GAP erano semi-banditi, terroristi incuranti delle conseguenze dei loro atti sanguinari, che provocarono feroci repressioni su inermi innocenti, riducendone il ruolo e le azioni soprattutto ai due eventi più famosi (l’attentato di via Rasella, da cui scaturì l’eccidio delle Fosse Ardeatine, e l’omicidio di Gentile a Firenze).

Santo Peli smonta una per una tutte le “storie” finora raccontate.

I GAP non erano così impavide: innumerevoli le difficoltà di reclutamento, tanti gli episodi di persone che rinunciarono di fronte alla necessità di compiere attentati e omicidi, soprattutto a bruciapelo.

I GAP non furono nemmeno molto efficienti: non rispettavano elementari norme di compartimentazione e clandestinità, anche per “colpa” del Partito, che chiedeva di agire con urgenza, ma non aveva la forza di sostenere davvero i gappisti nelle loro esigenze materiali (soldi, armi, covi…). Le torture portarono in tanti casi valenti combattenti a “confessioni” e “tradimenti”: ci sono persone cancellate dalla storia “ufficiale” solo perché non seppero resistere senza parlare fino alla morte.
I GAP non furono poi così “separati” dal resto della resistenza. Molti dei militanti venivano dai gruppi partigiani in montagna e altri vi tornarono, e in molti casi tra GAP, SAP e “normali” partigiani le differenze organizzative erano solo sfumature.

Insomma un libro bello e utile, che con rigore restituisce le “storie” di gruppi che seppero opporsi al fascismo quando non era facile e le cui “debolezze” umane non attenuano, anzi, la loro azione fondamentale per la conquista della libertà dalla dittatura e dall’occupazione tedesca.

109 - Il disordine delle cose

Postato il 16 Novembre 2014 in letti/riletti da salgalaluna

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Dopo l’esordio con Via Ripetta 218 e l’intermezzo saggistico del Metodo Puffetta, è uscito il terzo libro di Silvia Pingitore. Si intitola “Il disordine delle cose” ed è di nuovo un romanzo.

Dalla scuola, dove è ambientato il primo libro, si passa all’università nel nuovo.
La protagonista, Lucia, figlia unica di una famiglia di umili portieri romani, si iscrive infatti a SCEMI (Scienze Comunicative & Mediazione Intercontinentale) dell’Università “La Speranza”.

Il suo cognome - Fellini - le permette un po’ di ingiusta fama all’interno della facoltà, fin quando non si scoprirà che nulla ha a che vedere con il regista romagnolo.

A guidarla alla scoperta del mondo sarà Ludovica, figlia fricchettona di ricchissimi e insensibili genitori, che le organizzerà anche il viaggio che probabilmente le cambierà la vita, attraverso la Finlandia in compagnia dello scorbutico cugino Mirco.

Il libro è condito da citazioni fulminanti che incrociano l’alto e il basso (da Sartre a Faletti, da Dostoevskij a Ligabue…) come esergo dei numerosissimi capitoli, valutazioni ironiche della narratrice onniscente sullo stato della generazione degli attuali ventenni senza santi in paradiso, e il Kalevala, il poema della tradizione che accompagna il viaggio iniziatico nelle terre finlandesi e la scoperta del mondo da parte della protagonista. Sono spassosi anche i personaggi secondari, tra cui spiccano il compagno di università che attacca adesivi sui pali stradali, o il preside della facoltà: Mensola.

Il romanzo è godibilissimo, costa solo 12 euro ed è da poche settimane in libreria per La lepre edizioni.

108 - L’Armata dei Sonnambuli

Postato il 4 Maggio 2014 in letti/riletti da salgalaluna

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Ecco un libro che si legge immergendosi nelle pagine e che continua a ruminare nella testa dopo la fine: L’Armata dei Sonnambuli, l’ultima fatica del collettivo Wu Ming, ambientato negli anni successivi alla Rivoluzione francese del 1789.

Numerose storie e personaggi partono distanti per avvicinarsi e congiungersi nel “quarto atto”.

Orphée D’Amblanc, medico mesmerista, già impegnato in guerra in Nord America, afflitto da ferite non solo fisiche, cerca risposte.

Léo Modonnet, attore scappato dall’Italia in Francia dopo una rissa finita male, è perennemente alla ricerca di un palcoscenico.

Marie Nozière, sarta rimasta da sola a crescere il figlio Bastien, fugge la forse possibile normalità per inseguire la libertà.

Il cavaliere d’Yvers, nobile decaduto e pazzoide, si dedica a preparare sotterraneamente la controrivoluzione.

Treignac, ciabattino e poliziotto “rivoluzionario”, protegge il popolo del suo quartiere.

Intorno a questi personaggi se ne muovono tanti altri “minori”. Le lingue si mescolano e il dialetto popolano è reso con un efficacissimo vernacolo emiliano.

Il romanzo descrive quegli anni in cui la rivoluzione francese cercò di consolidarsi e normarsi, mentre il popolo continuava a “farla”. La convenzione legiferava a fatica, intanto i sanculotti chiedevano misure di equità sociale contro gli “accaparratori”, d’altra parte nelle zone periferiche (non solo in Vandea) si insorgeva per il ritorno della monarchia. Questa lotta continua è descritta molto bene, così come i meccanismi attraverso i quali il potere riuscì a ricavarne nuovi modi per perpetuarsi: il terrore giacobino è seguìto da quello termidoriano.

La forza di questo libro è quindi completata dal magnifico Atto Quinto: “Come va a finire”. Se già prima in ogni passaggio il lettore può trovarci tante metafore di altri passaggi storici (dalla rivoluzione russa allo stalinismo? la fine della seconda guerra mondiale? il post-anni ‘70 in Italia?), dopo aver letto l’ultimo capitolo del volume ci si può davvero sbizzarrire per partire in una sorta di viaggio nel tempo.

Per quanto riguarda l’intreccio, l’ho trovato appassionante fino alla fine, con un “cedimento” alla letteratura di genere forse più marcato che in altri libri del collettivo. La dinamica della spedizione investigativa nell’Alvernia e poi l’atto quarto quasi completamente rimandano a numerose trame classiche della letteratura, del fumetto e della cinematografia fantastica e d’azione: Guerre Stellari, Dylan Dog, Harry Potter, le saghe sugli zombi, 300, Stephen King, ecc. Personalmente, anche da ex giocatore di ruolo, ne sono rimasto entusiasta e mi sono immaginato possibili varianti e bivi ad ogni passo.

Il libro è intrigante poi per i rimandi “nascosti” ad altri testi, a cominciare da “Manituana“, il volume del collettivo Wu Ming ambientato in America. Le citazioni di brani utilizzati per dialoghi dei personaggi, gli articoli di giornali d’epoca sono tutti stimoli alla curiosità, non del tutto appagata dall’atto quinto del libro.
L’Armata dei Sonnambuli infine parla di Rivoluzione: chi la fa, chi la mantiene, chi la combatte. Ne parla in modo romanzato e complesso, e andando a rimestare nella rivoluzione che ha dato il via alla storia contemporanea, epoca in cui ci troviamo ancora a vivere oggi. Non è poco.

Sbrisga.

Link: | Su Giap! il post per commentare il libro dopo averlo letto | Einaudi | Carmilla | Huffington Post | Dinamo Press | La pagina di Giap! con le date del tour di presentazioni e il progetto musicale Bioscop |

107 - Storie precarie

Postato il 22 Aprile 2014 in letti/riletti, my generation, numeri da salgalaluna

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L’agile (ed economico: costa 10 euro) libro edito da Ediesse intitolato “Storie precarie. Parole, vissuti e diritti negati della generazione senza” è una tappa di un percorso, iniziato con una campagna in rete, sponsorizzata dalla CGIL e dal settimanale Internazionale, appoggiata dall’Unità e da rassegna.it, volta a “dare voce” ai precari.

E’ stato possibile compilare un questionario on line, a giugno del 2013. Le domande non erano semplici. Si chiedeva infatti, per cominciare, di scrivere la propria storia. Come sottolineato più volte dagli autori, questo meccanismo ha fatto sì che a rispondere non fosse un campione rappresentativo dei “precari”, ma una “élite” del precariato. Tra i rispondenti prevalogono infatti precari della scuola, dell’editoria, della pubblicità, dell’università e della ricerca.

Nonostante ciò i risultati dell’indagine sono molto interessanti. Già presentati sinteticamente in varie occasione, principalmente all’ultimo festival di Internazionale a ottobre, i risultati sono ora raccolti in questo libro.

Il volume si compone, intelligentemente, di 4 parti.

La prima è un’utile panoramica dei dati esistenti sul fenomeno del precariato in Italia, confrontato con quanto succede nel resto d’Europa. Attraverso una disamina dei provvedimenti legislativi che, a partire dall’inizio degli anni ‘90, hanno favorito l’utilizzo di contratti di lavoro atipico, si ricostruisce come si sia sviluppato il fenomeno del precariato.

La seconda parte analizza le “storie” raccontate dai 470 rispondenti al questionario on line, attraverso l’analisi testuale. Ne emerge un’immagine di privazione, in cui i termini più utilizzati sono relativi alla mancanza (di diritti, tutele, futuro…).

Nella terza parte sono invece analizzati i dati relativi ai soli “precari” al momento della compilazione, cercando di costruire dei percorsi di precarietà. Gli autori distinguono infatti i precari con un’identità di lavoro solida, in transizione o fragile. Questa divisione diventa utile per comprendere come non esista una percezione di precarietà univoca, e che una variabile fondamentale è proprio il tempo trascorso senza stabilità lavorativa.

Nella quarta ed ultima parte si analizzano le proposte avanzate dai lavoratori che hanno compilato il questionario. Si chiedeva infatti sia di elencare i provvedimenti politici necessari per contrastare la precarietà, sia di suggerire al sindacato strategie e azioni. Le azioni suggerite alla politica sono “elementari”, ma mai adottate negli ultimi vent’anni: indennità di disoccupazione estesa a tutti, reddito di cittadinanza, controlli più severi sugli abusi… E’ immediato il pensiero al jobs act di Renzi: l’ennesimo provvedimento che permette di estendere ancora la precarietà, senza introdurre nuovi necessari diritti universali. Più difficile la parte relativa al rapporto con il sindacato: a parte una generica sfiducia infatti sono scarse le proposte organizzative. Bene fanno gli autori a ricordare le iniziative autonome e - seppur tardive - della CGIL: qualcosa si è mosso, non siamo al “grado zero”.
Alla fine del volume sono presenti i materiali (il questionario) e una selezione delle storie raccolte che si possono così leggere direttamente. Molte di queste sono davvero istruttive e significative.

Attenzione!  Segnalo una iniziativa analoga che è in corso proprio in questi giorni.

Vita da professionisti” è una ricerca rivolta ai professionisti NON dipendenti, di qualsiasi settore, che operano con qualsiasi forma contrattuale a termine, discontinua o precaria.

106 - Le potenti intese

Postato il 24 Novembre 2013 in letti/riletti da salgalaluna

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“Le potenti intese” è un libro agile, si legge in poche ore, e racconta le storie parallele di zio Gianni e del nipote Enrico, i due Letta che sono stati e sono ai vertici del potere politico in Italia negli ultimi decenni.

Democristiani: uno andreottiano, l’altro andreattiano.

Lo zio Gianni tesse le sue tele dagli anni ‘70 partendo dai salotti romani ereditati da Maria Angiolillo, la moglie dell’ex direttore del Tempo, grande organizzatrice di cene e appuntamenti nella sua casa a Trinità de’ Monti.

Il nipote Enrico si costruisce il suo entourage a colpi di think tank europeisti e fondazioni, fra le quali spiccà VeDrò: kermesse bipartisan fra politica, economia e cazzeggio.

Gianni ha sempre lavorato nell’ombra, non si è mai voluto confrontare con il consenso popolare. Mai candidato e mai sconfitto: sempre vincitore, anche quando il centrosinistra era al potere.

Enrico ha fatto la “gavetta”, mettendosi in gioco: prima a Pisa come consigliere comunale, poi in parlamento, alle primarie del PD. Spesso è stato sconfitto, ma con discrezione ha sempre trasformato i “secondi posti” in passi avanti nella scala del potere.

Gianni si avvia probabilmente alla fine del suo ciclo di potere, lasciando definitivamente il testimone al nipote presidente del consiglio. Ha infatti scelto recentamente anche lui di stare con Alfano, con i “responsabili” neo-democristiani fuoriusciti dal PDL.

Enrico si appresta a una battaglia ventennale con il suo principale antagonista: l’altro “giovane” democristiano emergente: Matteo Renzi.

Il libro non fornisce scoop o notizie nuove da fonti segrete. Si limita a raccogliere le due storie, utilizzando materiali di archivio come articoli di giornali e altri libri. E’ comunque più che sufficiente per farsi un’idea sui Lettas, accostabili a piacimento ai Sopranos o ai Kennedy.

Link: | piovono rane | castelvecchi |

105 - L’infiltrato

Postato il 23 Agosto 2013 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

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L’infiltrato racconta la storia di Berardino Andreola, nato nel 1928 e morto nel 1983. Personaggio border line, deportato in Germania giovanissimo durante la seconda guerra mondiale, truffatore, conoscitore di lingue, confidente e aduso a adottare personalità e nomi diversi.

Andreola viene arrestato per l’ultima volta nel 1975, accusato di aver organizzato il sequestro del democristiano siciliano Graziano Verzotto, un uomo politico legato alle sorti di Enrico Mattei e Eugenio Cefis (come loro si occupa di gas e energia per l’ENI e poi per l’Ente Minerario Siciliano) e con rapporti consolidati con vari mafiosi.

Andreola comincerà - arrestato - a dichiarare cose improbabili, contraddittorie e strane. Sostenne, fra l’altro, di fare parte del Gruppo Alpha e di essere venuto in Sicilia per studiare la Mafia e apprenderne le tecniche, da applicare per la lotta contro il sistema da sinistra.

Fino a qui, il libro di Egidio Ceccato è godibile e incuriosisce. Poi parte una serie di illazioni, di ipotesi suggestive ma sempre meno suffragate da prove, secondo le quali Berardino Andreola sarebbe stato, nelle sue molteplici trasformazioni, una serie di personaggi, tra cui Giuseppe Chittaro, “anarchico” confidente della polizia, che il 13 dicembre ‘69 avrebbe indotto il commissario Calabresi a seguire la pista “Valpreda-Pinelli”, per poi ricomparire qualche anno dopo tentando di depistare le indagini sulla morte di Feltrinelli, Umberto Rai, Giuseppe Saba e anche il misterioso “Gunther“, tutti militanti dei GAP di Feltrinelli.

Mi chiedo alcune cose. Feltrinelli era consapevole che questi vari militanti dei GAP erano in realtà una sola persona? Giuseppe Saba, che secondo Carlo Feltrinelli negli anni ‘90 era pizzaiolo a Nuoro, chi è? E questo Giuseppe Chittaro Iob, arrestato nel 2009 come truffatore, non potrebbe essere Giuseppe Chittaro Job alias Andreola di cui parla Ceccato? Del resto Ceccato ipotizza persino che Andreola non sia veramente morto nell’83…Concludendo, il libro potrebbe essere molto interessante, ma l’impressione è che mescoli i fatti con una discreta fantasia.

| Ponte alle Grazie | L’Espresso |

104 - Il peso della grazia

Postato il 18 Settembre 2012 in letti/riletti, my generation da salgalaluna

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“Il peso della grazia” è l’ultimo romanzo di Christian Raimo, edito da Einaudi e in vendita dal 18 settembre per 21 euro.

Si tratta, voglio dirlo subito, di un libro importante.

Partiamo dalla trama.

Giuseppe e Fiora sono i protagonisti e il libro racconta, con gli occhi i pensieri e le parole di Giuseppe, il rapporto che si sviluppa tra i due.

Si conoscono al pronto soccorso del Policlino a Roma. Giuseppe, ricercatore (fallito?) delle fiamme, da poco convertitosi al cattolicesimo, è lì perché accompagna Lubo, operaio polacco. Comincia lì, da alcuni sguardi in ospedale, un’intensa forte e travolgente storia d’amore, intervallata dalle vicende e dai pensieri di Giuseppe, antieroe che affannosamente cerca di vivere nel mondo che è attorno a lui, ma che non è suo.

Nelle oltre 400 pagine si raccontano tante cose. In primo luogo la città di Roma per come è oggi, slabbrata e dominata da un’immensa periferia in cui ci si perde mollemente. Si raccontano gli immigrati che vivono sciattamente con caparbia, unici compagni degni di Giuseppe. Si racconta la generazione dei trenta-quarantenni (Christian Raimo è uno degli animatori di TQ, il movimento che cerca da un paio di anni di dare senso proprio a questa generazione: la sua, la mia, la nostra), i loro rapporti con i genitori, con il lavoro (meravigliosi i tre colloqui che Giuseppe affronta autosabotandoli), con la religione, con Internet.

C’è uno sforzo, nel libro, di raccontare poi uno spicchio in particolare: quello dei “ricercatori precari”, stretti sotto la morsa dei baroni, sessanta-settantenni di sinistra che si fanno (ad esempio) copiare le email su file Word per averle riformattate e stampate in bella forma.

Per tutto questo e per come è scritto, “Il peso della grazia” è un libro che bisogna leggere. Perché racconta l’oggi e un poco di domani, senza insulse consolazioni e con la capacità di non rimanere prigioniero di inutili depressioni.

P.S. Martedì 18 settembre esce in edicola il primo numero del nuovo quotidiano “Pubblico“. Christian Raimo si occupa dell’inserto culturale del giornale, che si chiamerà “Orwell” e sarà allegato ogni sabato a “Pubblico”.

103 - Eseguendo la sentenza

Postato il 20 Luglio 2012 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

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Si parla tanto di trattativa, in questi giorni. Della trattativa che lo Stato italiano avrebbe condotto nel 1992-1993 con la mafia siciliana.
Sarebbe l’ennesima trattativa che la nostra repubblica ha sotterraneamente condotto con criminali di diversa risma. Molte volte questi accordi sottobanco sono poi venuti alla luce (si pensi al sequestro Cirillo da parte delle Brigate Rosse, al cosiddetto “Lodo Moro” sui palestinesi in Italia, alla fuga di Kappler…), molte altre sono rimasti nell’ombra.
Per 55 giorni del 1978, dal 16 marzo al 9 maggio, le Brigate Rosse, all’apice della propria attività e del proprio consenso, tennero sequestrato Aldo Moro, all’epoca presidente della Democrazia Cristiana.
Attraverso i loro comunicati e le lettere di Aldo Moro, le BR cercarono di intavolare, appunto, una “trattativa”, che non cominciò mai veramente. Furono tentate, in quei giorni (e lo ricapitola bene Miguel Gotor nel suo bel libro sulle lettere di Moro), trattative segrete, come tante ce ne erano state e tante ce ne sono state dopo. Ma le BR volevano un riconoscimento e una trattativa pubblici. Una cosa impensabile per i democristiani, peraltro incalzati dagli ancora più intransigenti comunisti, che proprio il 16 marzo votarono per la prima volta (appoggio esterno) dal dopoguerra un governo monocolore democristiano.
Giovanni Bianconi
, in questo libro uscito nel 2008, a 30 anni di distanza dagli eventi raccontati, è bravo a ricapitolare in ordine le cose successe in quei giorni, dai diversi punti di vista. Quelli dei palazzi del potere, quelli delle case dei brigatisti, quelli dei familiari e amici di Aldo Moro.
Come altri libri dello stesso autore, si legge con piacere una storia di cui si sa tanto, ma che per la sua centralità nella politica italiana continua ad interessare, anche nei suoi lati “oscuri” (che ci sono, anche se Bianconi tende ad accantonarli per concentrarsi sul tanto che è noto).

102 - L’aspra stagione

Postato il 22 Maggio 2012 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

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Questo libro racconta alcuni anni cruciali della storia italiana, gli anni di passaggio dai ‘70 agli ‘80. Li racconta attraverso la scrittura bella, anche se a tratti un po’ pomposa, di Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale. E li racconta seguendo il percorso professionale di un cronista dell’epoca: Carlo Rivolta. Con quel cognome così, non poteva che rimanere legato a un periodo di insurrezione, come fu quello del ‘77, l’anno in cui scrisse di più e (forse) meglio.

Carlo Rivolta inizia come giornalista giovanissimo all’Avanti, per passare subito dopo a Paese Sera, palestra di tantissimi cronisti romani che tuttora scrivono sui quotidiani. Nel ‘75 è pronto per un nuovo giornale che si affermerà velocemente tra i lettori di sinistra: La Repubblica.

La Repubblica conquista già dopo un anno di vita 100mila lettori, ma non bastano. Servono i “giovani”, e Carlo Rivolta è il loro cronista. Racconta la loro musica, le loro passioni, le loro droghe e i loro progetti politici. Lo può fare perché è bravo nel suo mestiere e anche perché vive lui stesso quelle esperienze insieme alla sua generazione.

Come tanti di quella generazione, Carlo Rivolta non si adatta al 1978, ovvero alla fine del sogno, rappresentata brutalmente dai 55 giorni del rapimento di Aldo Moro. E’ in quei due mesi che si certifica la fine del “movimento”. Da lì in poi le strade aperte rimangono due: la pistola e la spada (ovvero la dose di eroina). Molti sceglieranno una di quelle due opzioni, entrambe mortali. Carlo Rivolta non amava i “lottarmatisti”, ma nemmeno si piegò alla “fermezza” che il rapimento di Moro impose alla maggior parte dell’establishment. Quei giorni furono anche la fine del sogno di “Repubblica”, che, nato come giornale indipendente e “liberal”, si sposta per diventare il nuovo quotidiano di fatto dei comunisti italiani.

Gli anni successivi sono anni di disastri, tra ammazzamenti e morti di overdose. Il terremoto dell’Irpinia nell’80 e il povero Alfredino sepolto vivo a Vermicino: sono tra gli ultimi eventi seguiti da Carlo Rivolta, cronista, prima della forse inevitabile morte a soli 32 anni.

“L’aspra stagione” si chiude nel 1982, cioè con i mondiali di calcio vinti dall’Italia, che Rivolta non ha potuto seguire. Nei festeggiamenti, finalmente dopo anni, non ci sono nemici interni e gli italiani scendono in strada, come liberati.

Il libro è bello, ben scritto, racconta tante cose che già sapevo ma le mette in fila, inquadra un periodo di transizione come tanti, forse come quello che stiamo vivendo anche ora. Un periodo che personalmente ho vissuto bambino: è infatti nelle pieghe dei ricordi personali che si infilano molti degli eventi ricordati.

Alla fine del libro ci sono spunti per continuare a leggere di quegli anni, io riporto qua sotto un brano del libro, che è in realtà un pezzo di un articolo scritto da Carlo Rivolta per la rivista Linus nel luglio del 1977, e che spiega secondo me meglio il ‘77 di tanti scritti che ho letto, passati e recenti.

Link: lo storify con notizie e recensioni sul libro.



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