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il blog di lorenzo cassata

107 - Storie precarie

Postato il 22 Aprile 2014 in letti/riletti, my generation, numeri da salgalaluna

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L’agile (ed economico: costa 10 euro) libro edito da Ediesse intitolato “Storie precarie. Parole, vissuti e diritti negati della generazione senza” è una tappa di un percorso, iniziato con una campagna in rete, sponsorizzata dalla CGIL e dal settimanale Internazionale, appoggiata dall’Unità e da rassegna.it, volta a “dare voce” ai precari.

E’ stato possibile compilare un questionario on line, a giugno del 2013. Le domande non erano semplici. Si chiedeva infatti, per cominciare, di scrivere la propria storia. Come sottolineato più volte dagli autori, questo meccanismo ha fatto sì che a rispondere non fosse un campione rappresentativo dei “precari”, ma una “élite” del precariato. Tra i rispondenti prevalogono infatti precari della scuola, dell’editoria, della pubblicità, dell’università e della ricerca.

Nonostante ciò i risultati dell’indagine sono molto interessanti. Già presentati sinteticamente in varie occasione, principalmente all’ultimo festival di Internazionale a ottobre, i risultati sono ora raccolti in questo libro.

Il volume si compone, intelligentemente, di 4 parti.

La prima è un’utile panoramica dei dati esistenti sul fenomeno del precariato in Italia, confrontato con quanto succede nel resto d’Europa. Attraverso una disamina dei provvedimenti legislativi che, a partire dall’inizio degli anni ‘90, hanno favorito l’utilizzo di contratti di lavoro atipico, si ricostruisce come si sia sviluppato il fenomeno del precariato.

La seconda parte analizza le “storie” raccontate dai 470 rispondenti al questionario on line, attraverso l’analisi testuale. Ne emerge un’immagine di privazione, in cui i termini più utilizzati sono relativi alla mancanza (di diritti, tutele, futuro…).

Nella terza parte sono invece analizzati i dati relativi ai soli “precari” al momento della compilazione, cercando di costruire dei percorsi di precarietà. Gli autori distinguono infatti i precari con un’identità di lavoro solida, in transizione o fragile. Questa divisione diventa utile per comprendere come non esista una percezione di precarietà univoca, e che una variabile fondamentale è proprio il tempo trascorso senza stabilità lavorativa.

Nella quarta ed ultima parte si analizzano le proposte avanzate dai lavoratori che hanno compilato il questionario. Si chiedeva infatti sia di elencare i provvedimenti politici necessari per contrastare la precarietà, sia di suggerire al sindacato strategie e azioni. Le azioni suggerite alla politica sono “elementari”, ma mai adottate negli ultimi vent’anni: indennità di disoccupazione estesa a tutti, reddito di cittadinanza, controlli più severi sugli abusi… E’ immediato il pensiero al jobs act di Renzi: l’ennesimo provvedimento che permette di estendere ancora la precarietà, senza introdurre nuovi necessari diritti universali. Più difficile la parte relativa al rapporto con il sindacato: a parte una generica sfiducia infatti sono scarse le proposte organizzative. Bene fanno gli autori a ricordare le iniziative autonome e - seppur tardive - della CGIL: qualcosa si è mosso, non siamo al “grado zero”.
Alla fine del volume sono presenti i materiali (il questionario) e una selezione delle storie raccolte che si possono così leggere direttamente. Molte di queste sono davvero istruttive e significative.

Attenzione!  Segnalo una iniziativa analoga che è in corso proprio in questi giorni.

Vita da professionisti” è una ricerca rivolta ai professionisti NON dipendenti, di qualsiasi settore, che operano con qualsiasi forma contrattuale a termine, discontinua o precaria.

104 - Il peso della grazia

Postato il 18 Settembre 2012 in letti/riletti, my generation da salgalaluna

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“Il peso della grazia” è l’ultimo romanzo di Christian Raimo, edito da Einaudi e in vendita dal 18 settembre per 21 euro.

Si tratta, voglio dirlo subito, di un libro importante.

Partiamo dalla trama.

Giuseppe e Fiora sono i protagonisti e il libro racconta, con gli occhi i pensieri e le parole di Giuseppe, il rapporto che si sviluppa tra i due.

Si conoscono al pronto soccorso del Policlino a Roma. Giuseppe, ricercatore (fallito?) delle fiamme, da poco convertitosi al cattolicesimo, è lì perché accompagna Lubo, operaio polacco. Comincia lì, da alcuni sguardi in ospedale, un’intensa forte e travolgente storia d’amore, intervallata dalle vicende e dai pensieri di Giuseppe, antieroe che affannosamente cerca di vivere nel mondo che è attorno a lui, ma che non è suo.

Nelle oltre 400 pagine si raccontano tante cose. In primo luogo la città di Roma per come è oggi, slabbrata e dominata da un’immensa periferia in cui ci si perde mollemente. Si raccontano gli immigrati che vivono sciattamente con caparbia, unici compagni degni di Giuseppe. Si racconta la generazione dei trenta-quarantenni (Christian Raimo è uno degli animatori di TQ, il movimento che cerca da un paio di anni di dare senso proprio a questa generazione: la sua, la mia, la nostra), i loro rapporti con i genitori, con il lavoro (meravigliosi i tre colloqui che Giuseppe affronta autosabotandoli), con la religione, con Internet.

C’è uno sforzo, nel libro, di raccontare poi uno spicchio in particolare: quello dei “ricercatori precari”, stretti sotto la morsa dei baroni, sessanta-settantenni di sinistra che si fanno (ad esempio) copiare le email su file Word per averle riformattate e stampate in bella forma.

Per tutto questo e per come è scritto, “Il peso della grazia” è un libro che bisogna leggere. Perché racconta l’oggi e un poco di domani, senza insulse consolazioni e con la capacità di non rimanere prigioniero di inutili depressioni.

P.S. Martedì 18 settembre esce in edicola il primo numero del nuovo quotidiano “Pubblico“. Christian Raimo si occupa dell’inserto culturale del giornale, che si chiamerà “Orwell” e sarà allegato ogni sabato a “Pubblico”.

Appunti sul 15 ottobre

Postato il 16 Ottobre 2011 in grassetto, roma cronache, my generation da salgalaluna

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La giornata di ieri a Roma merita un’analisi davvero complessa. Perché dipende, nell’analisi, a quale livello e secondo quale prospettiva, con quale metodo lo si fa.

Parto quindi da alcuni punti che mi sembrano “fermi” per poi passare a un tentativo di interpretazione più articolato.


Segnalibri sul 15 ottobre

Postato il 16 Ottobre 2011 in segnalazioni, my generation da salgalaluna

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La giornata di ieri è troppo vicina per fare ragionamenti sensati.

Quindi per ora mi limito a riportare in questo post alcuni link che mi sembrano utili e interessanti, anche se riportano opinioni (e a volte, anche descrizioni dei fatti) molto diverse:

giap e la discussione nei commenti | questo commento in particolare

Corriere (Marco Imarisio) | L’Unità (Massimo Solani) | Corriere (Giovanni Bianconi)

Minima et moralia (Alessandro Leogrande) | Nero | mimimal alessandro | Giovanna Cosenza | peacereporter (Nicola Sessa)| Doveva finire con qualche comizio (Infoaut)

Video Repubblica | Video Corriere | Video Youtube | Vignetta (Marilungo)

Generalizzazioni generazionali

Postato il 21 Dicembre 2010 in grassetto, my generation da salgalaluna

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Nel ‘68 e negli anni successivi si scatenò un movimento generazionale di massa. Ottenne molte cose, tante riforme. Quella generazione ottenne, soprattutto, un riconoscimento di potere. Quella generazione si è fin da subito infatti inserita nei principali gangli della società. Si è insediata, convertendosi alla logica della forza, piano piano e senza ostacoli. La generazione del ‘68 è entrata nel mondo del lavoro, con tutti i diritti e tanta arroganza.
Le ribellioni giovanili sono continuate, ma dopo il crollo demografico iniziato negli anni ‘70, sono state contenute e ingabbiate.

La prima botta è arrivata col ‘77. I giovani sollevarono un grosso polverone, molto più dei loro fratelli grandi. Lo Stato ne mandò un pezzo in galera, un altro pezzo in comunità per tossicodipendenti e emarginò i rimanenti.

Poi ci furono i “ragazzi dell’85″, più tollerati perché “buoni” e “civili”. A quelli il Potere rispose con qualche pacca sulla spalla, un giubbotto con le piume dentro e il rinvio della “grande riforma” a tempi migliori.

Poi arrivò Ruberti e conseguentemente la Pantera del ‘90. I giovani si fecero più incazzosi e forti. Ma il Potere, ormai quasi completamente composto da ex sessantottini, non cedette e cominciò il progetto di “riforma” dell’università, ovvero della sua distruzione, introducendo l’”autonomia” delle università.

Gli anni ‘90 furono dedicati alle prime manovre lacrime e sangue, destinate a bruciare le risorse per il futuro, ad azzoppare le pensioni dei post-sessantottini, a delegittimare i sindacati, a creare contratti dai nomi più vari (l’importante è che contenessero meno diritti, meno reddito, meno contributi possibile).

Il culmine di questo periodo fu la “riforma Berlinguer”. Per la scuola (dove la maggior parte del corpo docente era costituita dalla generazione ex sessantottina) l’ex rettore  dovette tornare indietro di fronte alla ribellione degli insegnanti. Per l’università invece il processo di uccisione dell’università pubblica segnò un altro importante passaggio: il 3+2 nacque lì.
I giovani non si ribellarono più se non in maniera sporadica e poco visibile. Fino all’esplosione dei movimenti degli anni 2000: venne il G8 di Genova 2001, la lotta per l’articolo 18 del 2002, il movimento contro la guerra del 2003, le battaglie dei precari. Nel 2005, grazie all’ennessima “riforma”, stavolta ad opera del governo di centrodestra e della ministra Moratti, è rinato anche il “movimento studentesco”. Il passaggio decisivo allora fu quello dell’”esaurimento” (in tutti i sensi) del ricercatore a tempo indeterminato. Quella ribellione si è fermata ed è ripartita 3 anni dopo. Si è ingrossata e si è rinominata “Onda” nel 2008. L’Onda si è spiaggiata dopo qualche mese, ma è tornata ora due anni dopo, ancora più grossa. Siamo nel 2010.

Il movimento “giovanile” è sempre più grosso, perché la politica lo ignora, ma anche perché ogni anno si aggiungono i “giovani” delle generazioni precedenti che continuano a lottare (perché ancora precari, perché ancora incazzati, perché costretti a un’eterna “gioventù” voluta dall’ex “meglio gioventù” al potere). In piazza martedì 14 dicembre c’erano tantissimi studenti medi, molti universitari, ma anche i ricercatori precari che sono stati protagonisti delle lotte degli anni 2000, i reduci degli anni ‘90 e della Pantera, forse qualche ragazzo dell’85 e persino gli ultimi mohicani del ‘77. Tutti insieme per salvarsi il futuro.
Ma i sessantottini stavano lì asserragliati nel Palazzo a farsi proteggere dalla polizia, oppure nelle redazioni dei giornali a pontificare sulla violenza dei teppisti. E lì saranno ancora domani, per approvare l’ennesima pugnalata sulle generazioni successive alla loro.

In pensione a 18 anni

Postato il 8 Giugno 2010 in grassetto, my generation, numeri da salgalaluna

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Quante cazzate si leggono sui giornali in questi giorni, che prendono per buone le idiozie di Sacconi.

Sacconi sostiene che l’”Europa” obbliga l’Italia a innalzare l’età minima per andare in pensione dal 1° gennaio 2012 per le donne che lavorano nella Pubblica Amministrazione.

La sentenza a cui fa riferimento Sacconi risale al 13 novembre 2008. E’ questa, scaricatela e leggetela, non è lunga né difficile da capire (grazie ad Andrea per il supporto con Gogol). Ecco la conclusione:
“la Corte (Quarta Sezione) dichiara e statuisce:
1) Mantenendo in vigore una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi di cui all’art. 141 CE.
2) La Repubblica italiana è condannata alle spese”. 

La sentenza dice che c’è una discriminazione nella legislazione italiana, perché prevede differenti età minime per andare in pensione per gli uomini e le donne, con riferimento all’Inpdap, ovvero alla Pubblica amministrazione.

La discriminazione non è nei confronti delle donne, ma degli uomini.

Per rispettare la sentenza (a invarianza di spesa pensionistica) ci sono molti modi: per esempio parificare l’età minima a un’età intermedia (62 anni e mezzo?), oppure stabilire un’età inferiore ma uguale per entrambi i sessi (60 anni?) e poi introdurre disincentivi forti per chi vuole andare in pensione prima di una certa età. Oppure lasciare che la gente vada direttamente in pensione quando vuole (anche a 18 anni), come dovrebbe essere in un sistema realmente “liberale”, ovviamente con una pensione proporzionata agli anni lavorati.

Ma no, secondo Sacconi (e secondo quasi tutti i giornali che gli vanno dietro da anni) “purtroppo” l’Unione Europea “obbliga” l’Italia a innalzare improvvisamente a 65 anni l’età pensionabile per le donne statali.

E già due anni fa il governo fece una legge che prevedeva questo, ma stabilendo un passaggio graduale alla “parificazione” fino al gennaio 2018. Nella manovra economica approvata pochi giorni fa già di nuovo il governo aveva accelerato questo processo, anticipando il definitivo appaiamento al primo gennaio 2016. Ora vogliono anticipare ancora questa mannaia al 1° gennaio 2012.

L’effetto di questo eventuale (ma ormai considerato ineluttabile come “la pioggia”, usando le parole di Sacconi) provvedimento sarebbe un enorme aumento di richieste di pensionamento delle donne statali, come peraltro di tutti quelli che hanno ad oggi il diritto di farlo, visto che tra gli effetti “nascosti” dei rinvii e dei calcoli sul Tfr della manovra appena varata (e che ora è in parlamento per essere convertita in legge) c’è un aumento nemmeno troppo graduale dell’età minima pensionabile per tutti fino a 70 anni.

(la vignetta è tratta dal sito del Pdci di Milena)

70 e 71 - I giovani non esistono e L’esercito del surf

Postato il 22 Novembre 2008 in letti/riletti, my generation da salgalaluna

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I giovani non esistono. Il mondo si sta riempiendo di vecchi. Anzi anziani, anzi (come si dice a Roma) “grandi”. Adulti che, sempre quantitativamente di più, si sono attrezzati, negli ultimi anni, per rimanere giovani e gagliardi, per passare una “vecchiaia” di divertimento e gioia.

Bene per loro, per i vecchi. La loro avventura è descritta in un bel libro edito da ISBN, dal titolo molto netto. Appunto: “I giovani non esistono”. Un libro che indaga il mondo attuale, in cui pubblicità, tv, consumi e vacanze si sono piegate agli anziani, corredato peraltro da un allucinante inserto fotografico. Un libro che indaga ovunque, dall’America alla Tailandia, dalla Svezia al Giappone, alla ricerca del mondo dei vecchi felici, omologati e prosperosi.

Mentre i vecchi aumentano e conquistano il pianeta in situazioni che ricordano le spiagge promiscue di Houellebecq, i giovani non esistono, sostiene Stefano Benzoni, psicologo e autore del libro.

Forse Benzoni non ha tenuto conto però dei “giovani”, che negli ultimi mesi, proprio nell’Italia della denatalità e dell’invecchiamento di massa, hanno dato vita al nuovo movimento studentesco: l’Onda.

L’Onda ha già un manifesto, rappresentato dall’Instant Book edito da Derive ApprodiI e rintracciabile per ora nelle assemblee, nelle università occupate, nei cortei. Si chiama “L’esercito del surf” ed è scritto da un’anonima Internazionale surfista. Il librettino si legge in meno di un’ora ed è un affondo sia sul concetto di “giovani”, sia su quello di “studenti”. I giovani, inquadrati dai “vecchi” della stampa e della tv come “bulli”, “drogati” o aspiranti veline e tronisti, hanno spiazzato tutti imbracciando una tavola da surf e cavalcando l’onda che c’è, per non continuare a pagare una crisi che finalmente non è più solo la loro.

E’ la rivolta degli studenti che sconquassa gli schemi precostituiti e anche l’idea di un “conflitto generazionale” insensato: nell’Onda ci sono anche i 40enni e più che la crisi l’hanno sempre pagata, e insieme agli studenti vogliono spazzare via la possibilità che i soliti noti scappino col bottino ancora una volta.

E’ in questo richiamo alla realtà contro i luoghi comuni che questi due libri spiazzano e si uniscono uno all’altro. Perché fanno capire cos’è il mondo e cosa potrebbe diventare veramente, non come lo descrive il Tg2 Società.

| ISBN | Derive Approdi |

Emma, i comunisti e Gordon Brown

Postato il 23 Maggio 2008 in grassetto, my generation da salgalaluna

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Emma Marcegaglia, nuovo capo degli imprenditori italiani, ieri ha detto, fra le altre cose, parlando dei nuovi modelli di flexicurity da adottare in Italia:

‘’non e’ il posto di lavoro che deve essere garantito, ma un reddito e una formazione adeguati, come accade nei paesi con sistemi di sicurezza sociale piu’ moderni e attivi‘’.

Una frase, da un certo punto di vista, molto condivisibile, ma oggi sul manifesto, l’editoriale di Guglielmo Ragozzino che commenta l’assemblea di Confindustria di ieri si conclude così:

L’impresa è tutto, nel pensiero di Marcegaglia; e gli altri, i lavoratori, contano poco. Non devono gravare a vita sulla vita dell’impresa. E basta contratti nazionali. I lavoratori vanno affidati alla flexsecurity, cioè a mezzadria con lo stato che ne assume il sostentamento nei periodi di estromissione dall’impresa. E qui il problema si pone: perché i padroni sì e gli altri no? Perché qualcuno ha l’impresa - o eredita l’impresa - e gli altri si accontenteranno di flexsecurity? Non finirà per rinascere, per altri 150 anni, la lotta di classe appena sconfitta?

Perché hanno entrambi (quasi) ragione? Perché flexicurity (o flexsecurity) è una parola ambigua.

Se la flexicurity è uno strumento per le aziende di licenziare a piacimento (tanto c’è lo Stato che si sobbarca tutti i costi delle crisi produttive e dei lavoratori eventualemente considerati fuori mercato), come probabilmente intende Emma Marcegaglia, si tratta effettivamente di un imbarbarimento delle già misere condizioni in cui si trova oggi il lavoro in Italia.

Se invece per flexicurity si intende l’estensione di diritti ai lavoratori “atipici” o “autonomi di seconda generazione” e quindi che un lavoratore può licenziarsi a piacimento (tanto c’è lo Stato che si sobbarca i costi della libertà del lavoratore di cambiare lavoro), allora si tratta di un enorme progresso.

Il problema che io vedo è che, se la Marcegaglia almeno un’idea (probabilmente non condivisibile, proprio perché “di parte”) su questo (che comunque è il punto centrale della Politica sul lavoro) ce l’ha, dall’altra parte Il Manifesto (e tutta la sinistra) non ne hanno la minima idea.

Intanto, in Gran Bretagna, mentre qua si chiacchiera, 1 milione e 400mila lavoratori a termine e interinali hanno conquistato gli stessi diritti dei lavoratori a tempo indeterminato.

link: | scandinaria | franco vergnano (sole24ore) | cafebabel | il libro “reddito di cittadinanza” |

Santo santo santo

Postato il 29 Febbraio 2008 in segnalazioni, my generation da salgalaluna

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Si festeggia ogni 4 anni: il 29 febbraio, oggi.

Buon compleanno, San Precario.

“PRECARIO SANTO da Preco, instabile; malfermo; senza equilibrio, XXI secolo D.C. Nelle leggende, santo patrono di sfrattati, poveri, sottooccupati, sfruttati, ricattati, Co.Co.Co, assunti non in regola e dipendenti a termine. Invocato contro liberismo, caporalato, infortunio senza copertura, cooperative e mobbing. Si festeggia il 29 febbraio”.

www.precaria.org

www.sanprecario.info

Reddito minimo sudato

Postato il 21 Novembre 2007 in grassetto, my generation, numeri da salgalaluna

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A fine giugno scorso mi è scaduto (non è la prima volta) il contratto a tempo determinato presso l’ente (pubblico) per cui lavoro dal 2002. Il primo giorno utile (il 2 luglio) mi sono recato al centro per l’impiego, per iscrivermi alla lista dei disoccupati. La fila è durata dalle 11 del mattino alle 16 del pomeriggio (5 ore chiusi dentro, con la sola macchinetta per mangiare e bere) e lì ho avuto modo di conversare con alcuni compagni di sventura a proposito di letteratura e filosofia, nonché di leggere un buon libro.




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