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il blog di lorenzo cassata

110 - Storie di GAP

Postato il 7 Febbraio 2015 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

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Questo saggio storico, scritto molto bene e in modo rigoroso, fa sommessamente chiarezza sui GAP (Gruppi di Azione Patriottica), formazione armata di partigiani “cittadini” creata dal Partito Comunista durante la Resistenza italiana.

Attraverso documenti interni, memorie scritte e orali dei protagonisti, analisi dei fatti, Santo Peli rivela quanto ci fosse di vero e di falso nelle leggende costruite negli anni sui GAP.

Per la propaganda comunista e resistenziale, costruita nei giorni in cui operavano e mai “smentita” o ridimensionata davvero, sono stati eroici e valorosi combattenti, efficienti e audaci, pronti a morire per la causa.

Per gli anticomunisti e neofascisti, fin da quei giorni, i GAP erano semi-banditi, terroristi incuranti delle conseguenze dei loro atti sanguinari, che provocarono feroci repressioni su inermi innocenti, riducendone il ruolo e le azioni soprattutto ai due eventi più famosi (l’attentato di via Rasella, da cui scaturì l’eccidio delle Fosse Ardeatine, e l’omicidio di Gentile a Firenze).

Santo Peli smonta una per una tutte le “storie” finora raccontate.

I GAP non erano così impavide: innumerevoli le difficoltà di reclutamento, tanti gli episodi di persone che rinunciarono di fronte alla necessità di compiere attentati e omicidi, soprattutto a bruciapelo.

I GAP non furono nemmeno molto efficienti: non rispettavano elementari norme di compartimentazione e clandestinità, anche per “colpa” del Partito, che chiedeva di agire con urgenza, ma non aveva la forza di sostenere davvero i gappisti nelle loro esigenze materiali (soldi, armi, covi…). Le torture portarono in tanti casi valenti combattenti a “confessioni” e “tradimenti”: ci sono persone cancellate dalla storia “ufficiale” solo perché non seppero resistere senza parlare fino alla morte.
I GAP non furono poi così “separati” dal resto della resistenza. Molti dei militanti venivano dai gruppi partigiani in montagna e altri vi tornarono, e in molti casi tra GAP, SAP e “normali” partigiani le differenze organizzative erano solo sfumature.

Insomma un libro bello e utile, che con rigore restituisce le “storie” di gruppi che seppero opporsi al fascismo quando non era facile e le cui “debolezze” umane non attenuano, anzi, la loro azione fondamentale per la conquista della libertà dalla dittatura e dall’occupazione tedesca.

105 - L’infiltrato

Postato il 23 Agosto 2013 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

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L’infiltrato racconta la storia di Berardino Andreola, nato nel 1928 e morto nel 1983. Personaggio border line, deportato in Germania giovanissimo durante la seconda guerra mondiale, truffatore, conoscitore di lingue, confidente e aduso a adottare personalità e nomi diversi.

Andreola viene arrestato per l’ultima volta nel 1975, accusato di aver organizzato il sequestro del democristiano siciliano Graziano Verzotto, un uomo politico legato alle sorti di Enrico Mattei e Eugenio Cefis (come loro si occupa di gas e energia per l’ENI e poi per l’Ente Minerario Siciliano) e con rapporti consolidati con vari mafiosi.

Andreola comincerà - arrestato - a dichiarare cose improbabili, contraddittorie e strane. Sostenne, fra l’altro, di fare parte del Gruppo Alpha e di essere venuto in Sicilia per studiare la Mafia e apprenderne le tecniche, da applicare per la lotta contro il sistema da sinistra.

Fino a qui, il libro di Egidio Ceccato è godibile e incuriosisce. Poi parte una serie di illazioni, di ipotesi suggestive ma sempre meno suffragate da prove, secondo le quali Berardino Andreola sarebbe stato, nelle sue molteplici trasformazioni, una serie di personaggi, tra cui Giuseppe Chittaro, “anarchico” confidente della polizia, che il 13 dicembre ‘69 avrebbe indotto il commissario Calabresi a seguire la pista “Valpreda-Pinelli”, per poi ricomparire qualche anno dopo tentando di depistare le indagini sulla morte di Feltrinelli, Umberto Rai, Giuseppe Saba e anche il misterioso “Gunther“, tutti militanti dei GAP di Feltrinelli.

Mi chiedo alcune cose. Feltrinelli era consapevole che questi vari militanti dei GAP erano in realtà una sola persona? Giuseppe Saba, che secondo Carlo Feltrinelli negli anni ‘90 era pizzaiolo a Nuoro, chi è? E questo Giuseppe Chittaro Iob, arrestato nel 2009 come truffatore, non potrebbe essere Giuseppe Chittaro Job alias Andreola di cui parla Ceccato? Del resto Ceccato ipotizza persino che Andreola non sia veramente morto nell’83…Concludendo, il libro potrebbe essere molto interessante, ma l’impressione è che mescoli i fatti con una discreta fantasia.

| Ponte alle Grazie | L’Espresso |

103 - Eseguendo la sentenza

Postato il 20 Luglio 2012 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

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Si parla tanto di trattativa, in questi giorni. Della trattativa che lo Stato italiano avrebbe condotto nel 1992-1993 con la mafia siciliana.
Sarebbe l’ennesima trattativa che la nostra repubblica ha sotterraneamente condotto con criminali di diversa risma. Molte volte questi accordi sottobanco sono poi venuti alla luce (si pensi al sequestro Cirillo da parte delle Brigate Rosse, al cosiddetto “Lodo Moro” sui palestinesi in Italia, alla fuga di Kappler…), molte altre sono rimasti nell’ombra.
Per 55 giorni del 1978, dal 16 marzo al 9 maggio, le Brigate Rosse, all’apice della propria attività e del proprio consenso, tennero sequestrato Aldo Moro, all’epoca presidente della Democrazia Cristiana.
Attraverso i loro comunicati e le lettere di Aldo Moro, le BR cercarono di intavolare, appunto, una “trattativa”, che non cominciò mai veramente. Furono tentate, in quei giorni (e lo ricapitola bene Miguel Gotor nel suo bel libro sulle lettere di Moro), trattative segrete, come tante ce ne erano state e tante ce ne sono state dopo. Ma le BR volevano un riconoscimento e una trattativa pubblici. Una cosa impensabile per i democristiani, peraltro incalzati dagli ancora più intransigenti comunisti, che proprio il 16 marzo votarono per la prima volta (appoggio esterno) dal dopoguerra un governo monocolore democristiano.
Giovanni Bianconi
, in questo libro uscito nel 2008, a 30 anni di distanza dagli eventi raccontati, è bravo a ricapitolare in ordine le cose successe in quei giorni, dai diversi punti di vista. Quelli dei palazzi del potere, quelli delle case dei brigatisti, quelli dei familiari e amici di Aldo Moro.
Come altri libri dello stesso autore, si legge con piacere una storia di cui si sa tanto, ma che per la sua centralità nella politica italiana continua ad interessare, anche nei suoi lati “oscuri” (che ci sono, anche se Bianconi tende ad accantonarli per concentrarsi sul tanto che è noto).

102 - L’aspra stagione

Postato il 22 Maggio 2012 in letti/riletti, memoria da salgalaluna

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Questo libro racconta alcuni anni cruciali della storia italiana, gli anni di passaggio dai ‘70 agli ‘80. Li racconta attraverso la scrittura bella, anche se a tratti un po’ pomposa, di Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale. E li racconta seguendo il percorso professionale di un cronista dell’epoca: Carlo Rivolta. Con quel cognome così, non poteva che rimanere legato a un periodo di insurrezione, come fu quello del ‘77, l’anno in cui scrisse di più e (forse) meglio.

Carlo Rivolta inizia come giornalista giovanissimo all’Avanti, per passare subito dopo a Paese Sera, palestra di tantissimi cronisti romani che tuttora scrivono sui quotidiani. Nel ‘75 è pronto per un nuovo giornale che si affermerà velocemente tra i lettori di sinistra: La Repubblica.

La Repubblica conquista già dopo un anno di vita 100mila lettori, ma non bastano. Servono i “giovani”, e Carlo Rivolta è il loro cronista. Racconta la loro musica, le loro passioni, le loro droghe e i loro progetti politici. Lo può fare perché è bravo nel suo mestiere e anche perché vive lui stesso quelle esperienze insieme alla sua generazione.

Come tanti di quella generazione, Carlo Rivolta non si adatta al 1978, ovvero alla fine del sogno, rappresentata brutalmente dai 55 giorni del rapimento di Aldo Moro. E’ in quei due mesi che si certifica la fine del “movimento”. Da lì in poi le strade aperte rimangono due: la pistola e la spada (ovvero la dose di eroina). Molti sceglieranno una di quelle due opzioni, entrambe mortali. Carlo Rivolta non amava i “lottarmatisti”, ma nemmeno si piegò alla “fermezza” che il rapimento di Moro impose alla maggior parte dell’establishment. Quei giorni furono anche la fine del sogno di “Repubblica”, che, nato come giornale indipendente e “liberal”, si sposta per diventare il nuovo quotidiano di fatto dei comunisti italiani.

Gli anni successivi sono anni di disastri, tra ammazzamenti e morti di overdose. Il terremoto dell’Irpinia nell’80 e il povero Alfredino sepolto vivo a Vermicino: sono tra gli ultimi eventi seguiti da Carlo Rivolta, cronista, prima della forse inevitabile morte a soli 32 anni.

“L’aspra stagione” si chiude nel 1982, cioè con i mondiali di calcio vinti dall’Italia, che Rivolta non ha potuto seguire. Nei festeggiamenti, finalmente dopo anni, non ci sono nemici interni e gli italiani scendono in strada, come liberati.

Il libro è bello, ben scritto, racconta tante cose che già sapevo ma le mette in fila, inquadra un periodo di transizione come tanti, forse come quello che stiamo vivendo anche ora. Un periodo che personalmente ho vissuto bambino: è infatti nelle pieghe dei ricordi personali che si infilano molti degli eventi ricordati.

Alla fine del libro ci sono spunti per continuare a leggere di quegli anni, io riporto qua sotto un brano del libro, che è in realtà un pezzo di un articolo scritto da Carlo Rivolta per la rivista Linus nel luglio del 1977, e che spiega secondo me meglio il ‘77 di tanti scritti che ho letto, passati e recenti.

Link: lo storify con notizie e recensioni sul libro.

101 - Dove finisce Roma

Postato il 15 Maggio 2012 in letti/riletti, roma cronache, memoria da salgalaluna

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Ida è una ragazza sarda, emigrata bambina nella Roma degli anni ‘30. A Centocelle si trova a diventare una staffetta partigiana durante l’occupazione tedesca della città, e un giorno, braccata dai nazisti, si rifugia nei cunicoli del quartiere (forse gli attuali sotterranei del Forte Prenestino?).
E’ lì, soffrendo la fame, ricorda e ragiona sulle sue scelte, la sua storia, i suoi sentimenti.
Il romanzo d’esordio di Paola Soriga è una piccola perla, contemporaneamente una fotografia di Roma mentre diventa metropoli, una descrizione del rapporto di una donna emigrata dalla Sardegna con Roma, città di adozione (oggi, nello stesso quartiere di Centocelle, si notano somiglianze incredibili con le storie dei migranti dal Sud del mondo), la storia della lotta partigiana diffusa e popolare.
Paola Soriga fa tutto questo usando un linguaggio particolare, parlato, intrecciando discorso diretto e pensieri, lingua italiana e idiomi regionali (sardo e romanesco). Lo fa utilizzando la prospettiva e il modo di esprimersi di una ragazza, una donna, nel pieno della sua formazione, anche sentimentale. Un modo di raccontare che spesso commuove, emoziona, coinvolge il lettore.
Davvero un bell’esordio. Da leggere.

Lo storify con notizie, recensioni, interviste su “Dove finisce Roma”.

Il romanzo del segreto di Piazza Fontana

Postato il 2 Aprile 2012 in letti/riletti, visti/rivisti, memoria da salgalaluna

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Lo scorso weekend è uscito nelle sale cinematografiche italiane il nuovo film di Marco Tullio Giordana. Si intitola “Romanzo di una strage” e dichiara di essersi ispirato al libro (uscito nel 2009) di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di Piazza Fontana”.
Avendo una discreta “passione” per l’argomento, avevo letto il libro a suo tempo e ho subito visto il film. Ho inoltre letto immediatamente l’instant e-book a firma Adriano Sofri, uscito sabato 31 marzo. Quest’ultimo pdf, scritto dall’ex leader di Lotta Continua, ha l’intento di criticare punto per punto il libro, cogliendo l’occasione dell’uscita del film.

Tralasciando le polemiche trite lascio qui alcune considerazioni:

- Il film non mi è piaciuto. Gli attori sono bravi, ma la storia e il soggetto sono secondo me “fuori fuoco”. Invece di fare un film sulla strage di Piazza Fontana, si è preferito fare un film sul commissario Calabresi e, in contrapposizione, sull’anarchico Pinelli. Rimarrà come tale e forse in quel modo ha un senso, ma allora almeno si doveva titolare diversamente.

- Le figure dei due protagonisti sono semi-santificate. Entrambi (il poliziotto Calabresi e l’anarchico Pinelli) sono ritratti come brave persone, padri di famiglia e vittime di un “sistema” di potere oscuro e invisibile. Furono invece entrambi parte di una lotta tra poteri e movimenti, una lotta che in quegli anni coinvolse uomini e donne. La visione (veltroniana) degli anni ‘70 come “anni di piombo” in cui un “ente oscuro” uccideva le brave persone, di cui si trova ampia traccia nel film di Giordana, è secondo me uno dei grandi problemi della “sinistra” italiana e in questo la conclusione dell’instant ebook di Sofri mi trova pienamente concorde.

- La morte di Pinelli non viene mostrata. Quindi rimane allo spettatore (come succede da 43 anni) farsi un’idea su come possa essere precipitato dal 4° piano della questura di Milano. Stesso dicasi per la presenza o meno del Commissario Calabresi nella sua stanza al momento della “caduta” di Pinelli.

- La morte di Calabresi nemmeno viene mostrata. Anche se si dice nei titoli di coda che per quell’omicidio è stato condannato il vertice di Lotta Continua, da come si dipana il film sembrerebbe che Calabresi sia stato ucciso per avere intuito la “verità” su Piazza Fontana. Ma da chi? Dalle oscure forze del male, probabilmente?

- Il libro di Cucchiarelli c’entra poco con il film, che sembra più ispirato dal libro di Mario Calabresi. Delle ipotesi molto fantasiose che Cucchiarelli fa nel suo libro per colmare i “buchi” nelle indagini su Piazza Fontana, ne rimane nel film una sola, quella principale. Ovvero la presenza di due bombe dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura, una anarchica e l’altra fascista (o addirittura, come si arrischia nel film l’attore che interpreta Federico Umberto D’Amato) una fascista e l’altra ancora più fascista.

- Il libro di Cucchiarelli per me è un libro importante. Lo è perché ricapitola in modo chiaro quasi tutti i punti oscuri delle indagini. E perché recupera e pubblica documenti e foto che servono a dare un quadro più chiaro di tanti altri libri che danno per scontate troppe cose. E’ un libro importante, ma “avventato”, come sostiene Adriano Sofri nel suo instant ebook e come già evidenziato negli anni dai pochi (ma esperti) recensori.

- Quali sono le pecche del libro di Cucchiarelli? Il difetto principale è quello di presentare una “verità” del tutto ipotetica e in gran parte anche irragionevole, fatta di doppioni e raddoppi. Le ipotesi che fa Cucchiarelli sono troppe e tutte insieme. Se si fosse infatti limitato alla teoria della “doppia bomba” avrebbe attirato meno critiche e più dibattiti sereni. Avendo invece avuto la pretesa di introdurre un doppio taxi (che Sofri dimostra abbastanza indubitabilmente essere una sciocchezza), di dare nomi e cognomi a alcuni fascisti secondo lui direttamente implicati negli attentati, di accusare gli anarchici di essere ingenui attentatori per quel 12 dicembre, il tutto con pochissimi indizi, è facile comprendere perché sia stato preso poco sul serio da chi si occupa da anni di quelle vicende e anche del perché abbia attirato il risentimento di chi si è sentito accusato direttamente.

- il libretto di Sofri è interessante e (ovviamente) ben scritto, se pure necessiterebbe ancora di un bell’editing per essere davvero godibile. Ne emerge però un livore francamente esagerato contro Cucchiarelli e un inalterato odio per la questura milanese. A parte Calabresi (di cui parla il meno possibile) infatti dallo scritto di Sofri traspare una violenza verbale contro il capo dell’ufficio politico di allora Allegra e alcuni dei poliziotti presenti la notte che Pinelli morì che certamente lascia perplessi, a 42 anni e 4 mesi di distanza (non 43!)

- infine ci tengo a ribadire quanto già noto a chi si interessa della vicenda di Piazza Fontana: la strage, è ormai accertato, è stata compiuta da militanti di estrema destra, gravitanti intorno a Ordine Nuovo nel Triveneto e a Milano, con la probabile complicità di ex elementi di Avanguardia Nazionale a Roma. La strage aveva l’obiettivo di favorire un colpo di stato, un putsch in stile greco al quale l’estrema destra credette fino al 1974.

92 - I primi della lista

Postato il 10 Dicembre 2011 in visti/rivisti, memoria da salgalaluna

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Secondo i vicini livornesi, si sa, i pisani sono un po’ grulli. E la storia di questo film, scritta e diretta da un pisano dal nome strano, Roan Johnson (già segnalato su questo blog per il suo primo romanzo), pare dare ragione al luogo comune.E’ una storia vera, ambientata nel giugno del 1970, pochi mesi dopo la strage di piazza Fontana, della quale tra due giorni ricorre il 42esimo (!) anniversario. Sono tempi in cui si parla insistentemente, nella sinistra, di un possibile golpe in Italia.

I neofascisti gridavano in piazza: “Ankara, Atene, adesso Roma viene”, invocando un colpo di stato come in Grecia e Turchia. Non si trattava di un’assurdità. L’Europa meridionale era ormai in mano a dittature militari (la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar, e - appunto - la grecia dei Colonnelli, dal 1967) e anche in Italia in parecchi si preparavano a un progetto simile, che fu sul punto di concretizzarsi varie volte, forse in modo più pericoloso proprio alla fine del 1970, nella “notte dell’immacolata”, con il tentativo guidato dal principe neofascista Junio Valerio Borghese.

Molti esponenti della sinistra parlamentare e extraparlamentare passarono varie notti fuori casa in quei mesi, temendo proprio un colpo di stato.

Ma la storia de “I primi della lista” va più in là. Tre ragazzi, di cui il più esperto è il famoso (allora) Pino Masi, cantastorie “compagno”, autore della celebre Ballata del Pinelli e di tanti altri brani impegnati, ricevono una “soffiata” da un giornalista di Roma e decidono di partire e scappare dall’Italia, chiedendo asilo politico all’estero.

Non ci fa una gran figura Pino Masi, paranoico e pieno di sé, ma in fondo solo, né gli altri due ragazzi del movimento, che preferiscono credere alle certezze del loro cantautore di riferimento invece che studiare per l’incombente maturità. Ma insieme vivono un’avventura che non dimenticheranno facilmente, tanto che uno dei tre la racconterà a Roan Johnson, che più di 40 anni dopo ci scriverà un film davvero gradevole con bravissimi attori.

Sono ottime le ricostruzioni d’epoca, con una A112 capace di arrivare ovunque, i telefoni a gettone e altre anticaglie. Siamo però sicuri che il Masi avesse una Moleskine?

Trovando un altro Egitto

Postato il 5 Febbraio 2011 in segnalazioni, memoria da salgalaluna

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Stavo leggendo, per passare il sabato dopopranzo, gli interessanti commenti a questo post di Loredana Lipperini. Si parla, in quei commenti, del ruolo della televisione (e in particolare di Mediaset, ancor più specificamente di Antonio Ricci come “iniziatore”) nella costruzione di un’immaginario femminile distorto, svilito, repressivo, umiliante.

Io ho una mia teoria. Ovviamente non credo che “Drive In” sia stato un programma di “grande satira” graffiante, né che “Striscia la notizia” e le “Velone” rappresentino momenti alti della tv. Ma credo anche che, tutto sommato, ci sia una sopravvalutazione del ruolo di questi programmi nella formazione della coscienza delle persone.

La tv condiziona le persone, le forma, le informa, le disinforma. Questo è certo. Ma non credo che la tv degli “ultimi 20 anni” (come ho sentito dire ad esempio a Concita De Gregorio ieri sera alle “Invasioni barbariche”) sia degenerata in modo drammatico, in particolare per quello che concerne il ruolo delle donne. Denunciare le discriminazioni di genere e la mercificazione dei corpi in tv è giusto oggi come lo era in passato, ma Berlusconi, secondo me, in questo c’entra fino a un certo punto. Il problema principale di Berlusconi è che fa il Presidente del Consiglio.
Non sono intervenuto nel dibattito, perché per “provare” la mia teoria volevo fare un minimo di indagine. Andare, quindi, ad esempio, a guardare cosa veniva trasmesso in tv nei “mitici” anni ‘70, prima dell’avvento di Fininvest-Mediaset-ForzaItalia-CdL-PdL.

Ho quindi cercato sul bell’archivio on line della Stampa la pagina con i programmi televisivi del giorno 5 febbraio (come oggi) del 1977 (l’anno del “movimento”).

Purtroppo non ho trovato la pagina dei programmi tv, ma in quello stesso giornale ho trovato un bell’articolo di Igor Man, che mi sembra molto utile per capire cosa succede oggi. Si intitola: “All’indomani della sommossa del pane. Egitto, piramide di debiti”. Scaricatelo e leggetelo.

Più nero che Bianco

Postato il 5 Gennaio 2011 in memoria da salgalaluna

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Tra gli assunti nelle aziende semipubbliche che gravitano attorno al comune di Roma c’è Francesco Bianco, scelto dal sindaco Alemanno come capro espiatorio per “risolvere” la questione di centinaia di assunzioni con chiamata diretta all’AMA o all’ATAC.

Tra i commenti sull’iniziativa di sospendere il dipendente dell’ATAC per i suoi commenti su Facebook, regna la minimizzazione. Secondo molti infatti Bianco sarebbe stato un personaggio minore dell’eversione nera, sostanzialmente un poveraccio, un “caso pietoso”.

Ma Francesco Bianco non è esattamente un signor nessuno che tanti anni fa collaborava con i NAR. E’ un neofascista che non ha mai rinnegato il suo passato, ha anzi proseguito fino ad oggi nella sua militanza nell’estrema destra.

Ho raccolto in un pdf tutte le notizie reperibili in rete su Francesco Bianco, leggételo.

Le morti all’italiana

Postato il 11 Settembre 2010 in memoria da salgalaluna

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L’uccisione di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica (vicino Salerno) crivellato di colpi lo scorso 6 settembre a pochi passi dalla sua abitazione, sta facendo commuovere l’Italia.

Provo qui a fare alcuni collegamenti, forse impropri e casuali, o forse significativi, che fanno vedere come la morte di Angelo Vassallo sia “solo” l’ultima di tante incredibili “morti all’italiana” che da decenni insanguinano il Paese, senza che emerga la verità.

Percorro quindi la Storia italiana (scegliendo alcuni episodi che mi sembrano significativi rispetto a quanto successo nel salernitano in questi giorni) a ritroso.

Il 6 settembre 2010 Angelo Vassallo, sindaco di Pollica (Salerno), viene trucidato sotto casa, all’interno della sua macchina.

Il 7 luglio 2010 Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno e candidato (perdente) pochi mesi fa alla guida della regione Campania per il centrosinistra, inaugura un monumento alla memoria di Carlo Falvella, neofascista ucciso 28 anni prima nella città campana.

Il 28 giugno 2010 si apre il processo contro medici e sanitari per la morte di Francesco Mastrogiovanni, a Vallo della Lucania (Salerno).

Nell’ottobre 2009 viene sospeso il dirigente di psichiatria della ASL di Salerno Michele Di Genio.

Il 4 agosto 2009 muore, dopo 4 giorni di trattamento sanitario obbligatorio (TSO), nell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, Francesco Mastrogiovanni (58 anni).

Il 31 luglio 2009 viene ricoverato, con TSO, firmato dal sindaco di Pollica (Angelo Vassallo) Francesco Mastrogiovanni, maestro di scuola e anarchico. Quando viene portato via dall’ambulanza, Francesco Mastrogiovanni dice: “se mi portano a Vallo della Lucania non ne uscirò vivo”. Dalle analisi risulta positivo alla cannabis.

Nel 1999 Francesco Mastrogiovanni viene arrestato e accusato di resistenza a pubblico ufficiale, per aver protestato contro una multa. Dopo essere stato condannato a 3 anni in primo grado, sarà assolto in appello e risarcito.

Nel 1996 Aldo Giannuli, storico e collaboratore del giudice Salvini di Milano, scopre sulla via Appia a Roma un enorme magazzino pieno di documenti e dossier dei servizi segreti. Tra questi c’è un fascicolo con i nomi dei 5 anarchici morti il 27 settembre del 1970. E’ vuoto.

Il 7 luglio del 1972 tre giovani anarchici salernitani (Giovanni Marini, Francesco Mastrogiovanni e Gennaro Scariati) si scontrano con due neofascisti del FUAN locale (Carlo Falvella e Giovanni Alfinito). Secondo i primi sono i fascisti ad attaccare, in particolare Falvella colpisce Mastrogiovanni a una gamba con un coltello, in seguito Marini riesce a sottrarre l’arma e a colpire Falvella, che muore. Secondo la versione opposta sono gli anarchici ad aggredire i neofascisti. Dopo vari processi Giovanni Marini sarà condannato a 9 anni di carcere (morirà il 23 dicembre del 2001), tutti gli altri finiranno assolti. Gli anarchici stavano indagando sulla morte di 5 anarchici nel 1970.

La notte fra 26 e 27 settembre 1970 quattro anarchici calabresi (Giovanni Aricò, Angelo Casile, Francesco Scordo e Luigi Lo Celso) e la compagna di Aricò (la tedesca Annelise Borth) viaggiano in macchina da Vibo Valentia verso Roma. Il giorno dopo dovrebbero partecipare alla manifestazione nella capitale contro la visita di Nixon. Hanno inoltre appuntamento con alcuni compagni anarchici e con l’avvocato Edoardo Di Giovanni, uno dei principali autori del libro collettivo “La Strage di Stato”, per consegnargli alcuni documenti frutto di un’inchiesta sulle stragi, in particolare sulla strage di Gioia Tauro, avvenuta nell’estate del ‘70. All’altezza di Ferentino, in autostrada, la mini morris con a bordo i 5 anarchici si scontra con un autotreno. I cinque muoiono tutti. A guidare l’autotreno c’erano i fratelli Aniello (dipendenti del principe golpista Junio Valerio Borghese), l’incidente avviene all’altezza del castello di Artena, villa di proprietà di Junio Valerio Borghese. Nello stesso punto, pochi anni prima, era morta in un incidente stradale la moglie di Junio Valerio Borghese. L’indagine ufficiale si chiude immediatamente liquidando il tutto come incidente stradale. Non saranno mai trovati i documenti che gli anarchici stavano portando a Roma. A firmare il rapporto di Polizia Stradale è Crescenzio Mattana, che pochi mesi dopo sarà a Roma per partecipare al “golpe Borghese”.

Il 16 settembre 1970 scompare il giornalista siciliano Mauro De Mauro, che indagava sui piani di colpo di stato in atto. In gioventù aveva fatto parte della Decima Mas, guidata dal principe Junio Valerio Borghese.

Il 22 luglio del 1970 il treno direttissimo Torino-Palermo deraglia all’altezza di Gioia Tauro. Muoiono nell’incidente 6 persone. L’inchiesta ufficiale iniziale parla di incidente. Nel 1993 le indagini si riaprono, grazie alle rivelazioni di alcuni pentiti di ‘Ndrangheta. Nel 2001 i giudici concludono che ci fu un attentato dinamitardo (come sostenuto dall’inchiesta degli anarchici nel 1970), senza però accertare i mandanti, legando però l’esplosione ai moti di quei mesi a Reggio Calabria.

Il 14 luglio 1970 scoppiano a Reggio Calabria i cosiddetti “moti” per Reggio Capoluogo. Dopo un’iniziale ribellione generalizzata, la rivolta viene guidata dal MSI locale e dalle organizzazioni dell’estrema destra.

Link per approfondire:

Gli anarchici della Baracca (Wikipedia)

Carlo Falvella (Wikipedia)

Cinque anarchici morti e una strage (Repubblica)

Cinque anarchici del sud, una storia negata

Francesco Mastrogiovanni, anarchico

Morte accidentale di un anarchico? (Indymedia Napoli)

Morte occidentale di un anarchico (Nazione Indiana)

Francesco Mastrogiovanni (Dosser di Doriana Goracci su politicamente scorretto)

Ricordando Giovanni Marini (di Giuseppe Galzerano)

La puntata di Mi manda Rai Tre su Francesco Mastrogiovanni



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